“Io non ho mai abortito”: una bugia che fa da scudo

«Sono un mostro se dico che ora sto meglio?». È il commento di una donna che, dopo aver partorito, si è lasciata andare a una confidenza con la sua ginecologa; «Ma oltre a essere una confidenza, mi è suonata come una richiesta. Aveva bisogno che le dicessi che no, non era un mostro. E che se dopo l’aborto si sentiva meglio, aveva tutto il diritto di sentircisi. Senza nessun risentimento verso se stessa».
Di aborto se ne parla sempre in via eccezionale. In genere succede quando gruppi contrari manifestano, come è successo recentemente: diverse città sono state tappezzate da manifesti contro l’aborto, realizzati da CitizenGo (associazione spagnola di estremisti profile), in cui è riprodotto il corpo di una donna incinta e la scritta “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”.
«Manifesti di questo tipo non fanno che aumentare le problematiche psicologiche che sorgono nella testa di una donna che ha deciso di abortire o che già l’ha fatto e lotta contro i sensi di colpa – spiega Maria Grazia L., ginecologa -. È necessario, invece, andare a lavorare sulla coscienza collettiva e fare in modo che questa sia da supporto al mondo femminile e non da ostacolo alla libertà che ogni donna ha diritto di avere. La libertà, intendo, di scegliere cosa fare del suo corpo e della sua vita: ci sarà un motivo se nessuno può intervenire, al di fuori, della stessa interessata, nel caso di una scelta di aborto. Nemmeno i genitori, neanche in casi di minore. Una gravidanza interessa solo ed esclusivamente la donna in questione, non può essere soggetta a giudizi e decisioni esterne di nessun tipo».
Negli ultimi quindici anni, si è sviluppata nelle donne una maggiore capacità di affrontare questa scelta con fermezza e senza vergogna: «Sì, tante donne si rivolgono a me già certe sul cosa fare. Io, per morale e per dovere, cerco sempre di riflettere con loro per capire se effettivamente siano sicure di quanto stiano per fare. Non cerco di convincerle né ad abortire né a portare avanti la gravidanza: semplicemente le faccio ragionare affinché, parlando, si confrontino semplicemente con se stesse e siano sicure al cento per cento sul da farsi. Una paziente, anni fa – racconta la ginecologa – cambiò idea: venne nel mio studio con la volontà di abortire, poi iniziò spontaneamente a parlarmi delle sue paure e capì da sola che non voleva abortire ma solamente essere rassicurata sui suoi timori. Il giorno dopo mi avvisò del suo cambio di idea. Mi capitò, però, anche un caso contrario: si presentò, per la prima volta, una ragazza molto giovane, 17 anni, incinta. Venne insieme ai suoi genitori. Volevano che io iniziassi a seguire la sua gravidanza ma capii subito che la ragazza era contraria: non a me, ma alla gravidanza stessa. Qualche giorno dopo la contattai con la scusa di sapere come procedeva la gravidanza, benché fosse una domanda stupida vista la prematurità della gestazione. Fu in quel momento, aiutata dal filtro del telefono, che mi confessò di non volerla portare avanti. Abbiamo affrontato insieme la sua famiglia e la ragazza ha scelto di abortire, nonostante i genitori fossero contrari. Chi fa un lavoro come il mio – aggiunge la ginecologa – deve essere preparato a capire le persone oltre la facciata e oltre la sicurezza che mostrano ma che spesso non hanno. Non bisogna convincere nessuno, ripeto, ed è importante sottolinearlo: sostengo, però, che non si possa giudicare né una né l’altra scelta. A volte ci si ritrova a giudicare anche una gravidanza, non solo un aborto, magari se si tratta di una persona molto giovane o con anni superiori a quelli accettati dalle convenzioni sociali. Convenzioni che, al contrario, portano ad aborti in realtà non voluti ma solo dettati dal timore del pregiudizio. C’è, insomma, tendenza a giudicare: è in questo senso che andrebbe costruita una coscienza collettiva tale da far sentire le donne libere di poter decidere della propria esistenza».

Le motivazioni per cui una donna decide di abortire sono diverse. La maggior parte derivano dal non volere avere figli; altre motivazioni sono dovute all’età, al fatto di non essere in una relazione, alle condizioni economico-lavorative e più generalmente a motivi di natura religiosa e sociale specialmente se le interessate sono straniere.
«Ad accomuare tutte le donne c’è la volontà di nascondere la scelta, anche nei casi in cui l’interessata è ferma sulla sua decisione. Sottolineiamo, certo, che si tratta di qualcosa di molto intimo e personale e che quindi nessuno chiede di raccontare in giro i lati privati della propria vita: il punto, però, è che una donna tende a negare di aver abortito pur avendolo fatto non come diritto alla propria privacy ma come dovere. Perché pur essendo sicura di non aver fatto nulla di male, ha paura del giudizio altrui. “Io non ho mai abortito” è una bugia che sentiamo più spesso di quanto crediamo. C’è una frase che descrive bene cosa sia l’aborto – conclude Maria Grazia L. -: “L’inferno dell’aborto… sono gli altri”».

di Sabrina Falange

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