Quando l’immigrazione diventa terreno politico

31 Maggio 2018 0 Di il cosmo

Il governo giallo-verde non è andato in porto, ma l’accordo di programma rimane molto istruttivo per comprendere in che direzione intendono muovere le forze politiche oggi premiate dal voto dei cittadini italiani. Per questo vale la pena di analizzarlo con attenzione.
Al punto 13 dell’accordo di governo, già il titolo chiariva bene gli intenti dei proponenti: “Immigrazione: rimpatri e stop al business”. Il probabile futuro governo vede nell’immigrazione una calamità, una “questione insostenibile per l’Italia, visti i costi da sopportare e il business connesso”, nonché una minaccia per la sicurezza. Ripetuti sono i riferimenti a rimpatri, controlli, infiltrazioni criminali, misure di detenzione. I cenni ai diritti umani sono pochi e marginali, per esempio riferiti ai centri di detenzione. Quelli relativi ai 2,4 milioni di immigrati che lavorando pagano tasse e contributi mancano del tutto.
Fin dall’attacco il contratto confonde poi immigrati e rifugiati. Gli immigrati sono più di cinque milioni e non sono affatto un fardello insostenibile per il nostro paese. Le tasse e i contributi che versano superano nettamente i costi che comportano. I rifugiati e richiedenti asilo erano 200.000 circa a fine 2016, ora forse intorno ai 300.000. Comportano dei costi, ma sono tutelati dalla nostra Costituzione e dalle convenzioni internazionali. Soprattutto, sono molti meno di quelli accolti da vari paesi assai più poveri del nostro.
Anche il riferimento a 500.000 immigrati irregolari da allontanare non tiene conto della loro composizione: nelle ripetute sanatorie attuate da vari governi (sette in 25 anni, più altre implicite o nascoste), si trattava soprattutto di donne impiegate presso famiglie italiane. Oggi sarà aumentata la quota dei richiedenti asilo denegati, ma è altrettanto probabile che la componente femminile non sia scomparsa.
C’è poi il problema della fattibilità. Espellere 500.000 persone richiede che vengano trattenute: serve non un centro per regione, ma trasformare una regione grande come la Basilicata in un centro di detenzione. Poi occorre identificarli, scoprire da dove vengono, prendere accordi con il loro governo, organizzare voli di rimpatrio, scortarli. Nessun paese democratico ha mai ottenuto grandi successi in questo campo. Si può prevedere che un futuro governo giallo-verde allungherà i tempi di trattenimento, riportandoli a 18 mesi, come del resto promette l’accordo. Organizzerà qualche volo di rimpatrio a favore di telecamere, e si gioverà persino delle proteste delle organizzazioni umanitarie: daranno agli italiani l’impressione che il governo stia facendo sul serio.
Sull’accoglienza dei richiedenti asilo il testo semina sospetti e promette maggiori controlli: non tanto sul livello di integrazione raggiunto dalle persone accolte (il concetto nel testo non compare), quanto sui conti. Il punto più interessante è la previsione del passaggio della gestione dell’accoglienza al sistema pubblico, e segnatamente alle regioni. Il problema è che i privati sono stati coinvolti proprio perché la grande maggioranza dei comuni non hanno accettato di partecipare al sistema pubblico SPRAR (appena 1.200 su 8.000, per oltre la metà situati nelle regioni del Sud più il Lazio, per un totale di appena 35.000 posti). Inoltre, prevedendo ancora l’assenso dei comuni, si rischia di non poter aprire i centri che occorrono per accogliere le persone. Non è detto poi che la gestione pubblica faccia diminuire i costi: di solito succede il contrario, si affidano servizi ai privati per risparmiare.
In definitiva, i diritti umani universali non fanno parte del lessico dei partiti che si arrogano il titolo di “rappresentanti del popolo” e presto si ricandideranno a governare il nostro paese.

di Maurizio Ambrosini