Il coraggio di andarsene… e non tornare

«L’Italia è un paese per vecchi. Che non punta alle potenzialità dei giovani ma, anzi, tende ad affossare le loro aspettative, i loro desideri e i loro progetti».
Ha iniziato a viaggiare all’estero all’età di 12 anni «spinto da mamma. Ma solo il primo anno: già da quello successivo non aspettavo altro che quelle due settimane estive per partire…». Federico Foti, 29 anni, è di Vercelli ma oggi vive a Pristina (capitale e città più grande del Kosovo); negli anni, però, ha studiato, lavorato e vissuto anche a Vienna, Riga (capitale della Lettonia), Santa Barbara (California), Breslavia (Polonia) dopo la laurea a Torino.
«Sì, a 12 anni feci la mia prima vacanza all’estero da solo, in Inghilterra. Si trattava dei viaggi studio organizzati dalle scuole. Non avevo idea – racconta Federico – di cosa si trattasse. Mi è bastato il primo anno, esperienza per la quale devo ringraziare mia mamma che ha deciso per la mia partenza. Da quella volta, non è più esistito un anno senza un viaggio estivo».
Federico inizia subito, dunque, ad assaporare la possibilità di essere un cittadino del mondo. Di conoscere culture nuove, tradizioni inaspettate «ma soprattutto l’opportunità di mettere a tacere pregiudizi e luoghi comuni inerenti ai vari paesi del globo, che nascono nella mente delle persone che non sanno andare oltre, che probabilmente non hanno mai viaggiato e credono che il mondo finisca insieme al loro giardino di casa. Anzi, a essere sincero – aggiunge il 29enne – forse sono io che ho iniziato a guardare in maniera diversa l’Italia, scoprendo i suoi lati più fragili, più “chiusi”, i suoi limiti e quelle risorse sprecate a causa di un bigottismo che è da ipocriti negare che esista. Anche rispetto ai Paesi in cui sono stato, ho riscontrato che molti dei giudizi che si danno sono infondati: lo stesso Kosovo, paese in cui oggi abito, non è più pericoloso di alcuni quartieri di Torino che ho frequentato. Gli albanesi sono ospitali e volenterosi di aiutarti in ogni cosa: non c’è altro da dire se non che mi trovo bene sotto ogni aspetto».

In tutti i Paesi in cui ha studiato, vissuto e lavorato come tirocinante ha frequentato l’ambito delle Organizzazioni Internazionali: «L’unico difetto riscontrato, se così vogliamo definirlo, è che avrei voluto e vorrei fare molto di più sul lavoro. A livello pratico, intendo. Ma quella, magari, è solo una mia tendenza personale. Per il resto – continua Foti – fino ad ora non posso lamentarmi di nulla. Sto continuando a collezionare esperienze positive e conoscenze stimolanti, capaci di maturarti, di farti crescere in maniera più completa e più “aperta”. I momenti difficili ci sono stati, certamente, soprattutto durante il primo viaggio che feci da solo a 22 anni. Ti ritrovi a dover gestire situazioni a cui non ti sei mai approcciato prima e devi farlo senza l’aiuto di nessuno, in un posto che non conosci e circondato da persone che parlano una lingua che non comprendi. Ma anche e soprattutto queste situazioni ti cambiano e già dalla seconda esperienza riesci a vivere i cambiamenti senza ansie e a trovare soluzioni in maniera più immediata. Se tornassi indietro, rifarei ogni singola scelta che ho fatto e al bambino che ero non consiglierei altro che viaggiare il più possibile».
Quando Federico era bambino, non sapeva cosa avrebbe voluto fare da grande: «Sono cresciuto vivendo alla giornata, godendomi ogni singola cosa che facevo. Dopo le medie scelsi gli studi Scientifici senza nemmeno molta convinzione – ammette Federico – ma erano quelli più completi e non avendo particolari ambizioni mi avrebbero dato le basi per qualunque cosa. Dopo le superiori ero convinto di dover continuare a seguire corsi Scientifici ma sentivo che non avrebbero fatto per me. Ho seguito, quindi, l’unico istinto che avevo: quello di aprirmi al mondo. Mi sono iscritto all’Università di Torino, dove ho studiato Studi Internazionali, e dopo la laurea ho iniziato specializzazioni e master in giro per il mondo. Forse è proprio per questo che non avevo ambizioni particolari, prima: perché dentro di me, a livello inconscio, forse sapevo che non sarebbe stato “questo” il mio posto. D’altronde non ho intenzione di tornare definitivamente in Italia – conclude il ragazzo -, solo di rientrare per le feste e per incontrare amici e famiglia. Immagino il mio futuro in qualche grande città del mondo, il mio lavoro in qualche organizzazione internazionale: l’Italia mi sta stretta».

di Sabrina FalangaFEDERICO FOTI.jpg

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