Intervista a Paolo Monaco, il poliziotto volante

7 Giugno 2018 0 Di il cosmo

Quella di Paolo Monaco è una bella storia. Non tanto per i meriti sportivi, importanti e numerosi certo, quanto per la lezione che questo vercellese di origini marchigiane ha dato su come si affronta una difficoltà enorme che può farti paura tutta la vita, sconfiggendola. Partendo dalla frase senza fronzoli “La passione muove il mondo” Paolo Monaco si racconta. Quarantasette anni il prossimo agosto, di professione è poliziotto fin da giovanissimo ammaestra le due ruote e anno dopo anno ha collezionato successi che gli hanno addirittura attribuito il soprannome di “Poliziotto Volante”, non per sottolineare il lavoro in questura all’Anticrimine, ma per dire che questo poliziotto in sella alla sua bicicletta vola al traguardo quasi avesse le ali ai pedali. Fin qui tutto bene. Poi è capitata una di quelle cose che ti cambiano la prospettiva sulla vita: il due giugno del 2015, durante il Giro dei Due Laghi a Belgiate, Paolo Monaco per una serie di fattori si schianta a 50 chilometri orari contro un muro. Una scapola, uno zigomo, tre dita e una commozione celebrale che gli costa uno stato comatoso di una decina di giorni è il bilancio della caduta. La passione, però, è stata più forte della paura e l’ha battuta in volata.

Quando hai scoperto la bicicletta?

Agli inizi degli anni ‘80 era scoppiata la moda della Mountain Bike. A 17 anni ho comprato la mia prima bicicletta e da lì non so quanti chilometri fatti e bici cambiate. Mi sono avvicinato alla strada un po’ per scommessa e un po’ per amore, non delle due ruote, ma di mia moglie Nevia, che quando ci siamo conosciuti era solita a fare campeggi in montagna…e l’unico mezzo per raggiungerla era la Mountain Bike. Con il passare degli anni, oltre all’amore per mia moglie è cresciuta anche la passione per la bicicletta, ma non più la Mountain Bike, poiché il territorio offriva pochi percorsi da battere, ma l’asfalto. Quindi ho iniziato a correre su strada tra il 1995 e il 1996 e nello stesso periodo sono entrato in polizia.

Cosa ti ha spinto a tornare in sella dopo quel 2 giugno?

La passione e il sostegno prezioso della mia famiglia. Nel giro di qualche mese ho ripreso ad andare in bicicletta e tra febbraio e marzo avevo già partecipato a due gare a Olcenengo e Stroppiana con dei buoni risultati. Ho combattuto la paura con la passione, fino ad arrivare alle due vittorie in quattro giorni con i colori della Verbanese Bassotoce del luglio 2016 sul traguardo della preserale di Vespolate (Novara) e a Casalvolone.

Quanto ti ha cambiato l’incidente?

L’incidente mi ha cambiato parecchio. Vedo tutto con aspetto diverso. Sono diventato più responsabile e vedo le cose con più leggerezza e non me la prendo più per cose futili, mi prendo a cuore solo le cose più gravose e importanti.

Quali sono state le tue vittorie principali?

Ho vinto nel 2000 il Campionato Italiano delle Forze dell’Ordine, il Campionato Regionale Lombardo nel 2010, battendo negli assoluti, quello che sarebbe diventato poi campione europeo, solo per citare i più importanti, ma sono decine i riconoscimenti che ho ottenuto. Nel 2016, quando ho ripreso dopo l’incidente, ho vinto otto gare e tutte principalmente in volata, a dimostrazione che la paura non poteva essere più forte di me. Andando avanti con gli anni mi sono impegnato di più con la famiglia ma tenendo sempre un buon numero di vittorie. Quest’anno ho corso poco a causa di un piccolo guaio fisico, e ho vinto una gara sola. Poi ho scelto di seguire le gare di mio figlio.

 

Una passione che si trasmette…

Ho passato l’amore per le due ruote a mio figlio Dario, ma non solo. Con l’amico Paolo Lo Iacono abbiamo istituito una scuola di ciclismo a Vercelli, attiva dal 2016, per i ragazzi dai 7 ai 12 anni in sinergia con il Bici Club di Borgomanero. Il nostro obiettivo non è quello di tirare fuori il campione, ma di insegnare ai giovani ad andare in bicicletta in maniera corretta, a fare gruppo e soprattutto a divertirsi. La scuola sta andando avanti molto bene con otto ragazzini giovanissimi di varie categorie. Stanno facendo progressi notevoli da quando sono con noi: alcuni hanno imparato addirittura ad andare senza mani, nonostante prima non volessero staccarsi dal manubrio, e a guidare le bici stando in strada in sicurezza, altri in qualche gara hanno fatto buoni piazzamenti. Sono motivati ed incentivati a fare sempre meglio. Vediamo il nostro discorso come possibilità di movimento, un investimento sulla loro salute.

Perchè andare in bicicletta?

La bicicletta è il primo mezzo da cui si acquisisce indipendenza, la possibilità di incominciare a vedere quello che sta fuori da casa tua. Oltre ovviamente sempre i vantaggi per la salute. Comunque non importa quale sport fare, l’importante è muoversi, soprattutto per i giovani che tendono ad essere sempre più sedentari.

Cosa consiglieresti a chi ha vissuto un’esperienza come la tua?

Non si molla. Non si deve mollare mai. Gli eventi negativi non devono influire sulle nostre passioni. Lo sport è lo specchio della vita. Se nella prima difficoltà cali le braghe allora è finita. Non bisogna mollare mai.

di Deborah VillarboitoCattura.PNG