La storia di Gianfranco: “Non si fa il carabiniere, lo si è”

«Fin da bambino ho sempre avuto un grande senso di giustizia, che ha accompagnato ogni singolo giorno della mia crescita. Non ho mai desiderato altro che trasportare questo mio sentimento per l’intero Paese, per il quale nutro un attaccamento quasi patologico».

A pochi giorni dalla Festa Nazionale dell’Arma (che si festeggia ogni anno il 5 giugno), un Carabiniere in congedo, Gianfranco F., racconta cosa significhi dedicare la propria vita a questa professione: «Partiamo da una precisazione: non “si fa” il Carabiniere. Lo “si è”. Più che di un lavoro si tratta di vocazione, con la quale nasci e con la quale muori. Non smetti di essere Carabiniere solo perché in congedo, continui a sentirti la divisa cucita addosso e, lo ammetto, ti senti anche un po’ triste nel non poter più dedicare la tua quotidianità all’Arma e un po’ “invidioso” dei colleghi ancora in carica».
La giornata nazionale dell’Arma dei Carabinieri commemora la data in cui la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima medaglia d’oro al valor militare per la partecipazione dei Carabinieri alla prima guerra mondiale. Cerimonia che si svolse, appunto, il 5 giugno del 1920. Oggi la celebrazione, denominata anche Festa dell’Arma dei Carabinieri, viene celebrata a Roma con il carosello storico dei carabinieri e caratterizzata dalla rievocazione delle battaglie più importanti a cui l’Arma ha partecipato. La data del 5 giugno non è da confondere con quella in cui nacque l’Arma, ovvero il 13 luglio 1814.

«Certo, da parte di un Carabiniere è importante festeggiare ricorrenze di questo tipo ma – precisa Gianfranco F. – chi indossa una divisa vi assicuro che sente di poter festeggiare ogni singolo giorno. Riuscire a diventare Carabiniere non è così facile e immediato, soprattutto oggi: ci sono lunghi percorsi da compiere, attese che sembrano infinite a cui sottostare… Sacrifici a cui ti sottoponi pur di realizzare il tuo sogno di diventare ciò che, da sempre, senti di essere. Ecco perché ogni giorno è così importante, perché non smetti mai di essere grato all’Arma di poterne essere un rappresentante. So che può sembrare il discorso di un fanatico, ma se così ci vogliono definire ben venga. Preferisco essere un fanatico piuttosto che aver passato la vita a svolgere un lavoro che non sentivo così mio».
Essere un Carabiniere oggi non è sicuramente la stessa cosa di vent’anni fa: «Ogni epoca ha le sue difficoltà, ma credo che per chi indossa una divisa sia venuto il momento più difficile perché ora ci si trova faccia a faccia, costantemente, con un problema molto grande: la sfiducia da parte dei comuni cittadini. La vita di un Carabiniere, così come di un Poliziotto, non è mai stata semplice, in nessun secolo. Ma a dare coraggio c’era il sostegno del popolo. Oggi si vive in un clima di totale sfiducia nei confronti delle divise e onestamente non so dire il perché: le cosiddette “mele marce” ci sono sempre state, oggi forse il fenomeno è semplicemente più conosciuto, non credo sia questa la ragione del cambiamento di visione da parte del cittadino. Credo, piuttosto, che ci sia una sfiducia totale nei confronti dell’intero sistema Stato e in automatico anche verso le Forze Armate. C’è ancora comunque tanto affetto che si percepisce e questo è sicuramente uno degli aspetti più belli di questo lavoro».

Gianfranco F. ha tre figli, di cui due maschi, «ai quali non avrei consigliato di diventare Carabiniere. La motivazione è particolare: non avrei voluto che nella loro vita non ci fosse stato altro che il lavoro, come invece è successo a me. Mi dispiace di aver sacrificato molti altri aspetti della mia vita, dal tempo in famiglia a quello delle passioni personali, ma so di averlo fatto per motivazioni in cui ho creduto dal primo all’ultimo istante e per le quali, nonostante tutto, rifarei ogni singola scelta. I miei figli, comunque, non hanno mai espresso il desiderio di diventare, a loro volta, Carabinieri: non ho mai chiesto loro quale fosse la motivazione per cui non l’abbiano mai preso in considerazione ma penso che se da una parte sia perché, come dicevo, si tratta di vocazione, dall’altra sia perché forse hanno un po’ sofferto la mia assenza e non hanno sviluppato, quindi, un amore per questo lavoro. Anzi, forse un po’ di rifiuto… Non saprei dire – conclude Gianfranco – se consiglierei questo lavoro ai giovani, in generale, per le stesse motivazioni per cui non l’ho consigliato ai miei figli. Chiariamo: ogni volta che vengo a sapere di un giovane che ha preso questa scelta, mi sento orgoglioso anche se non lo conosco. È bello sapere che le nuove generazioni stanno portando avanti i tuoi valori, le tue battaglie. Semplicemente non mi sento nella posizione di consigliarlo come si consiglia qualsiasi altro lavoro, perché è una decisione che deve arrivare dal proprio sé e non dall’esterno. Ma, soprattutto, perché so che è una vita di sacrifici da scegliere volontariamente».

di Sabrina Falanga

Rispondi