Richiedenti asilo: ipotesi concrete di intervento

Sebbene il nuovo governo abbia appena ottenuto la fiducia del Parlamento, il neo-ministro degli interni Salvini ha appuntato la stella di sceriffo e annunciato misure contro i richiedenti asilo. Qualcosa metterà in cantiere, anche perché colpire le ONG in mare o l’accoglienza a terra è di certo più facile che attuare altre impegnative promesse elettorali.
Ma sul medio-lungo periodo l’azione anti-rifugiati, e forse più in generale anti-immigrati, è destinata a incontrare qualche problema. Un robusto vincolo alla capacità di perseguire efficacemente l’immigrazione irregolare è rappresentato dai nostri ordinamenti liberali e dalle nostre concezioni dei diritti umani, ossia da quello che gli anglosassoni chiamano liberal constraint («vincolo liberale»), che impedisce di attuare provvedimenti drastici di deportazione, ricorso alle armi per fermare chi attraversa illegalmente i confini, espulsioni di massa senza garanzie giuridiche, irruzioni in abitazioni private alla ricerca di immigrati irregolari, e altri provvedimenti simili. Incamminandosi su una strada di questo tipo, le democrazie rischierebbero di cadere in contraddizioni pericolose per la loro stessa natura: per diventare più efficienti nella repressione del passaggio non autorizzato delle frontiere – o del soggiorno non autorizzato sul territorio – dovrebbero diventare meno liberali.
Anche i governi italiani degli scorsi anni hanno dovuto constatare che le istituzioni internazionali non sono rimaste insensibili di fronte a determinati provvedimenti, quanto meno annunciati, e si sono trovati nella necessità di giustificare, motivare, talvolta ammorbidire il proprio approccio o quanto meno il linguaggio utilizzato. E più di una volta sono caduti sotto la censura delle istituzioni che presidiano il rispetto dei diritti umani fondamentali. Per esempio, si sono visti condannare dalla Corte europea di Strasburgo per misure come i respingimenti in mare verso la Libia, o hanno subito la cancellazione di varie norme, come il divieto di compiere atti di stato civile per gli immigrati in condizione irregolare (sostanzialmente il matrimonio), la cosiddetta aggravante di clandestinità in caso di imputazione per altri reati, le sanzioni penali per coloro che avendo ricevuto un provvedimento di espulsione non lasciavano il territorio nazionale a loro spese entro i termini fissati. L’infrastruttura giuridica che tutela i diritti umani protegge anche gli immigrati in condizione incerta o irregolare da varie misure repressive.
Le convenienze economiche legate all’impiego di immigrazione irregolare (basti pensare all’imponente fenomeno delle assistenti familiari degli anziani, dette “badanti”) si incontrano dunque con i vincoli costituzionali, con l’intervento delle organizzazioni umanitarie, con l’azione delle corti di giustizia a tutela dei diritti fondamentali. In sintesi, è la convergenza di mercati e diritti a spiegare molte difficoltà nel controllare l’immigrazione.
Istituzioni come le corti di giustizia obbediscono a proprie norme e hanno più volte agito come freno all’azione di contrasto verso gli immigrati, o come fattore di allargamento dei diritti (per esempio in materia di cure sanitarie o di ricongiungimenti familiari). In parallelo, anche il sistema dei rapporti internazionali, ossia il complesso delle relazioni diplomatiche, delle alleanze e delle convenzioni internazionali, pone dei vincoli alle azioni dei governi sulla materia.
Il nuovo governo compirà dei passi indietro rispetto alla tutela dei diritti umani fondamentali, ma difficilmente potrà uscire da questo quadro giuridico. Se lo facesse, sarebbero giorni tristi non per i migranti, ma per la democrazia italiana nel suo complesso.

di Maurizio Ambrosinisalvini_imago.jpg

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