Il viaggio di rosy in india, dove il cuore l’ha ritrovato

La strada sterrata, la polvere alzata dai motorini che sfrecciano tra le capanne di paglia. I banchetti di verdura, i sari appesi tra un’abitazione e l’altra; la musica che arriva da una stradina vicina, ogni giorno una festa: «Un posto dove ho ritrovato il sorriso. Dove la materialità viene sostituita dai valori, dove riesci a ridare alla vita il suo più profondo significato».
Rosy Vernuccio è una maestra elementare: ha cominciato il suo lavoro di insegnante dopo essere tornata dall’India, dove è stata per due mesi. «Avevo consapevolezze diverse, comprese quelle nei confronti dei bambini con cui lavoro» racconta.
Rosy parte per l’India gli ultimi giorni di settembre del 2015 con la Onlus YearOut, che organizza viaggi di volontariato: «Inizialmente pensavo di andare in Africa, poi la mia scelta è cambiata. Ero a Tamil, la zona a sud del Paese che fu colpita dallo tsunami nel 2004. La situazione – racconta – è ancora problematica: lo stato di povertà è talmente alto che è difficile uscire da un disastro ambientale di quella portata. Dire che mi sono trovata nel terzo mondo è poco: oserei dire quarto mondo. Questo, però, lo dico rapportandomi alla vita che conduco in Italia: quando ero in India tutto era normalità. Non è povertà, è semplicemente il loro modo di vivere».
Era normalità stare quindi sempre a piedi scalzi, mangiare il riso con le mani e lavarsi con le piccole tinozze che si trovavano nei bagni delle abitazioni. E le abitazioni sono piccole capanne di paglia in cui le verdure vengono cotte a legna, dove mangiare il pollo o la frutta è un evento raro, perché sono alimenti costosi.
«Eppure sono persone sempre sorridenti e in grado di donarti tutto quello che hanno, nonostante possiedano poco di materiale. Molto di morale. Il giorno successivo al mio arrivo, il primo ottobre, era il mio compleanno. Erano anni – dice Rosy – che non festeggiavo… E mi sono ritrovata a farlo in India. Mi sono stati regalati dei bellissimi sari. Mi sono sentita circondata da un immenso affetto già dal primo giorno»
Lo stesso affetto che le hanno dato i ragazzi degli orfanotrofi in cui Rosy ha fatto volontariato: un mese in quello femminile e uno in quello maschile. «Le regole sono diverse per i ragazzi e le ragazze, perché per quest’ultime vigono norme sociali molto rigide. In generale la vita è scandita da regole: la sveglia all’alba e lo yoga. La preparazione per andare a scuola è un vero e proprio rito: la divisa deve essere perfetta, così come i capelli che le ragazze devono legare in un’impeccabile treccia e i ragazzi non riempire troppo di gel. Per loro studiare è fondamentale perché è su di esso che si basa totalmente il loro futuro».
Rosy viene immersa, fin da subito, in questo mondo inizialmente così lontano dal suo ma in cui bisogna ambientarsi velocemente. «Mi sono ritrovata circondata da persone desiderose di inserirti nella loro vita, con la forte volontà di mostrarmi il loro quotidiano».
L’India che ha conosciuto non è la Bollywood che viene mostrata sugli schermi: «È l’India delle donne chinate nel fiume a raccogliere i gamberetti, che andranno a vendere al mercato in grandi ceste con le quali affrontano chilometri di pullman. È l’India del riso bollito e delle verdure, dove mangiare il pollo è un evento raro». Non è l’India del Taj Mahal, «ma – racconta – quella dove i templi sono capanne di paglia simili alle abitazioni comuni. È l’India vera, dove mi sono ritrovata a divertirmi su un motorino e a piangere di gioia per i gesti di affetto per loro scontati ma per me immensi. È l’India dove, semplicemente, mi sono ritrovata».
Un giorno Rosy si ritrova seduta su dei gradoni, a guardare i ragazzi giocare a calcio. E, nel vederli, le viene da piangere di felicità: «Questo è successo dopo che il pallone che avevano gli si era rotto. Stavamo vivendo giorni di alluvione, in cui era difficile uscire e affrontare le strade. Sono voluta comunque andare a comprare loro un pallone nuovo. Pagato appena otto euro, sembrava avessi regalato loro una montagna d’oro. Hanno voluto glielo autografassi e ci hanno giocato felici. E io ero più felice di loro».
Il calcio, per i ragazzi dei villaggi in India, è l’unico passatempo: «Siccome sapevamo che per loro è una grande passione, li abbiamo portati a vedere una partita allo stadio. Siamo riusciti a metterci in contatto con Marco Materazzi, che stava allenando il Chennaiyin. Ci ha regalato dei biglietti per far entrare gratis i ragazzi allo stadio: si sono vestiti di tutto punto, sono saliti sul pullman con un entusiasmo incredibile. È stato un bellissimo momento».
Un altro momento che Rosy ricorda bene è «il giorno in cui abbiamo cucinato la pasta e il pane. I ragazzi si facevano addirittura il panino con dentro la pasta. Era un piacere vederli apprezzare così qualcosa che per noi è scontato. Come il giorno in cui abbiamo preparato la frutta con la cioccolata fusa. Bastava guardarli negli occhi per percepire la loro gioia. Ci hanno addirittura ‘sgridati’ perché avevamo sbucciato le mele… Per loro non esiste sprecare il cibo, è una cultura in grado di apprezzare ogni cosa».
Rosy torna in Italia dopo due mesi: «Ho dei figli nel cuore. L’affetto che mi hanno donato non potrò mai dimenticarlo. Mi mancava sentire la musica dei villaggi, le urla dei bambini, i clacson dei motorini, le mucche che entravano e uscivano dalle capanne per la strada. Mi piacerebbe poter portare ai bambini italiani un messaggio: certamente quello di imparare ad apprezzare ogni cosa che hanno e insegnare loro che il valore non è solo quello economico. Ma soprattutto vorrei davvero che capissero quanto è importante lo studio. Per alcuni bambini nel mondo studiare è un privilegio. Questa esperienza – conclude – mi ha formata e cambiata profondamente. Ho capito che non esiste un posto nel mondo, per me. È il mondo il mio posto. Sono pronta per il prossimo viaggio… Magari in Africa, come

di Sabrina Falanga12674_23_medium

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