A rendere viva una persona e’ quello che ha nel cuore

PETROTTO“Non c’è niente di insuperabile”, dice Debora. A sentirla parlare così è difficile credere che otto anni fa, il 22 gennaio 2010, un’ambulanza l’abbia raccolta agonizzante dopo un incidente in auto. “Non c’è niente di insuperabile – ripete -. Non dopo che hai superato il rischio di morire”. A salvarla, oltre all’amore di chi le è stato accanto, è stata la fede. E la musica. Oggi ha gli occhi sereni di chi non ha (più) paura di affrontare gli ostacoli della vita. Ha il coraggio di una leonessa, che non ha bisogno di ruggire al mondo per dimostrare la sua forza: dentro di lei sa che niente sarà più impossibile.
Debora Petrotto ha 29 anni e nonostante la sua giovane età ha già vissuto le esperienze di chi può dirsi invincibile. “Quella mattina stavo andando verso Tronzano, dove lavoravo. Non ricordo nulla: la mia memoria si ferma al giorno prima dell’incidente. Tutto ciò che so è quello che mi hanno raccontato o che comunque si ipotizza. Sembra che io abbia fatto tutto da sola: sono stata ritrovata fuori strada, l’auto ribaltata. Io in coma, fin da subito. Mi è stato detto che a soccorrermi è stata una signora… Ho sempre avuto il desiderio di incontrarla ma non ci sono mai riuscita” racconta Debora, con molta emozione nella voce. “Non arrivavo mai in ritardo al lavoro, un dettaglio a cui fecero subito caso responsabili e colleghi quella mattina. Chiamarono mia madre, probabilmente dopo aver tentato di chiamare me, e mia mamma chiamò il mio fidanzato che ora è mio marito. Con lui sono sempre stata d’accordo che gli mandavo un sms non appena arrivavo al lavoro. Sms che quel giorno non ho spedito. È stato lui a percorrere la strada per capire se mi fosse successo qualcosa. La scena che vide non la dimenticherà mai: c’ero io sulla barella e i medici che mi coprivano con un telo…”.
Debora viene trasportata all’ospedale di Vercelli e successivamente a quello di Novara. Il periodo più lungo, però, lo passa ricoverata alla casa di cura di Fontanellato (provincia di Parma).
“Sono stata in coma un mese: un periodo abbastanza lungo da poter provocare danni permanenti sia cerebrali sia fisici, al risveglio. Se ci si risveglia. In clinica molte persone non si sono mai riprese… Ma c’è anche chi nonostante si sia svegliato non ha più camminato o non è più tornato ad essere quello di prima a livello cognitivo. Mi sento veramente tanto fortunata. Ho sentito anche molte storie di chi è stato in coma e ha visto luci, avuto visioni… Io non ho mai vissuto momenti di questo tipo ma ho avuto esperienze sensoriali anche io. E la protagonista di queste esperienze è stata la musica. Sono sensazioni strane da spiegare quelle che si provano durante il coma – spiega Debora -: non sono percezioni di cui hai una concreta memoria ma sai di averle vissute. La musica, appunto: mi hanno detto che mi facevano ascoltare alcuni dei miei cantanti preferiti e canzoni legate a determinate emozioni. Ed è una cosa che, in qualche modo, ricordo. O meglio, è qualcosa che sono certa di aver vissuto anche se non ne ho il ricordo come ce lo si può immaginare. È una consapevolezza. Inoltre, mio marito mi ha raccontato che, un giorno, mentre ero in coma, mi sono scese lacrime mentre ascoltavo una canzone: a rendere viva una persona sono le emozioni. È quello che ha nel suo profondo, nel suo cuore”.
Il giorno in cui Debora si è svegliata, il 20 febbraio 2010, non lo ricorda: “I miei ricordi iniziano a essere tali dopo circa tre mesi dal risveglio. Prima vivevo in uno stato di torpore, immersa in un mondo che sembrava un sogno. Non mi rendevo conto di molte cose: di avere i capelli rasati, ad esempio. Mi erano stati tagliati nel caso ci fosse stato bisogno di operarmi, cosa che fortunatamente non è stata fatta. Così come ero convinta di avere 19 anni, nonostante ne avessi 21. Ero sveglia fisicamente, sì: ma il mio cervello non era ancora totalmente lucido. Il vero risveglio credo di averlo avuto una notte, al telefono con mio marito: dopo ore ed ore che mi parlava, ho iniziato a capire cosa mi stava dicendo”.
Quell’anno, a giugno, Debora e il suo fidanzato si sarebbero dovuti sposare: “Ma la riabilitazione è durata molto tempo e non ero in uno stato psicofisico adeguato per sposarmi. A malincuore abbiamo rimandato il matrimonio a gennaio dell’anno dopo: ma poi ce l’abbiamo fatta perché, come già ho detto, ciò che muove una persona è quello che ha nel cuore”.
Non solo. Perché del coma a Debora è rimasta “la forza. Dopo quel che mi è successo, la vita mi ha messo di fronte molte difficoltà. Le ho affrontate con uno spirito nuovo, con la certezza che niente è impossibile, niente è insuperabile. Non permetto più a niente e nessuno di essere più forte di me, di abbattermi. Probabilmente senza questa esperienza non sarei mai stata capace di tirare fuori la vera me stessa”.

di Sabrina Falanga

 

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