Basket: la nazionale del 3×3 emoziona e vince i mondiali

Succede così. Ti distrai e la Nazionale che non ti aspetti diventa campione del mondo. Questa volta a trionfare a livello globale le ragazze “tutta grinta” del basket 3×3, che a Manila, Filippine, la scorsa settimana hanno sbaragliato i team avversari spazzando via gli Stati Uniti nei quarti, la Cina in semifinale e le campionesse uscenti della Russia in finale. Questa disciplina farà il suo esordio alle prossime Olimpiadi, a Tokyo nel 2020. È uno sport giovane che vede i suoi natali nei primi anni duemila con alcuni tornei indipendenti in Europa e la prima coppa del mondo nel 2012. Ai mondiali di Manila è stata ammessa la nazionale italiana composta da quattro atlete: Giulia Ciaravella (classe 1997), Rae Lin Marie D’Alie (1987), Marcella Filippi (1985), Giulia Rulli (1991). Giulia Rulli racconta dell’esperienza Mondiale ma non solo, regala uno spaccato su uno sport in continua crescita e capace di emozionare.

In cosa consiste il basket 3×3?

È una disciplina che usa le stesse regole del basket 5 contro 5, con qualche eccezione: si gioca a metà campo, la squadra è composta da quattro giocatrici o giocatori, anziché dodici come nel 5×5. Tre sono in campo e una cambia in maniera continua ogni volta che il gioco viene fermato. Le azioni durano dodici secondi, invece che ventiquattro e c’è un tempo unico di durata della partita che è di dieci minuti effettivi.

Quando e perchè hai iniziato a praticare questo sport?

Ho iniziato a giocare a pallacanestro perché dei cari amici dei miei genitori giocavano nel Banco di Roma che all’epoca era una squadra abbastanza forte che si trova a Roma. I miei genitori non ci hanno mai giocato, mi portavano a vedere le partite di questi amici di famiglia. Da lì io e mia sorella abbiamo iniziato a giocare a minibasket. Durante la prima lezione inizialmente, non mi era piaciuto come sport, forse perché c’erano tutti maschietti o la palla era troppo pesante e dura, non lo so. Fatto sta che i miei genitori hanno insistito e dalla seconda lezione di minibasket non ho più smesso di giocare, dai sei anni che avevo quando ho iniziato fino ai 27 che ho adesso.

Cosa ti piace di più del tuo sport?

Una cosa che mi piace di più, tra le tante, è il clima che si riesce a creare all’interno di una squadra, del gruppo o comunque i valori che riesce a promuovere. Faccio un esempio: nell’albergo in cui eravamo a Manila, in un super hotel, nelle Filippine che è un paese abbastanza povero, dove comunque, almeno a me è sembrato, che ci fosse un grande distacco tra la classe più privilegiata e più ricca e quella più povera della popolazione e non c’è una classe media. Quindi si passa dall’hotel super lussuoso e sfarzoso, alla baraccopoli che era di fronte al nostro, dove c’era un campo da basket, popolato da bambini che giocavano di prima mattina alle 7 fino all’ultimo giorno, quando siamo andati via. Ogni volta che ci affacciavamo alla finestra c’era sempre qualcuno che giocava. Questo mi ha fatto riflettere: la pallacanestro si è posta come mezzo per evadere dalla loro realtà, dalla baraccopoli in cui si trovano, in cui rifugiarsi e divertirsi, in cui essere loro stessi senza sentire alcun tipo di differenza tra un bambino proveniente da un ceto alto e quello da un ceto povero, potrebbero trovarsi su quel campo e in quel caso quelle differenze non conterebbero nulla.

Parlami della tua esperienza in Azzurro e della squadra.

È la prima volta che gioco in Nazionale in un contesto di questo tipo nel 3×3. Ho fatto Europei giovanili under 18 e under 20 nel 5×5 ma a parte il raduno a Pavia di questo inverno, nel 3×3 non ero mai stata convocata. Ero stata altre volte riserva a casa, o altre ancora ero stata convocata ma non sono andata al raduno perché c’era una partita in contemporanea della mia società di 5×5. Questa è stata la mia prima esperienza in assoluto, soprattutto in un contesto internazionale e il risultato è stato l’oro, che mi sembra un risultato piuttosto buono. Gli altri risultati di questa squadra che sono stati più importanti sono il quinto posto nel mondiale dello scorso anno, ma non era mai arrivata a raggiungere il podio.

Quale è stata la vittoria più bella durante questo Mondiale?

La vittoria più bella non so, se la contendono i quarti, la semifinale e la finale. Il quarto è stata una partita molto bella perché l’avevamo preparata molto bene con la nostra allenatrice, sapevamo cosa avrebbero fatto gli Stati Uniti e abbiamo agito di conseguenza, seguendo il piano partita della nostra coach Angela. Quando è finito il tempo sul tabellone e avevamo vinto è stata una gioia per quello per cui avevamo lavorato. Sia per gli anni e le settimane di raduno in vista dei Mondiali sia per quello che avevamo fatto nelle sedute di video. Quella con la Cina, invece, è stata probabilmente più dura perché eravamo di sicuro un po’ stanche dopo la prima partita, era un avversario più ostico fisicamente, perché le giocatrici esterne erano molto veloci e la lunga era abbastanza grossa e avevamo avuto meno tempo di prepararla, dieci minuti in corridoio fuori dello spogliatoio, guardando il video della partita che avevano giocato nei quarti precedentemente. La finale è stata la vittoria più bella tra le tre, ma forse anche la più facile perché eravamo in dirittura di arrivo, non dico che pensavamo di vincere, ma siamo partite bene, consapevoli di quello che potevamo fare, soprattutto dell’obiettivo che volevamo raggiungere: non ci saremmo accontentate dell’argento.

Quanti sacrifici bisogna fare per vincere un mondiale?

I sacrifici sono quelli che contraddistinguono quelli che vogliono fare sport, cercando di arrivare ad alti livelli: impegno, costanza, forza di volontà, essere resistenti rispetto alle situazioni che accadono che possono essere anche infortuni, periodi negativi per quanto riguarda le proprie performance, una serie di qualità che devono contraddistinguere un atleta in generale.

Una situazione divertente che avete vissuto durante questi mondiali?

Un momento divertente penso che riguardi il pubblico dello stadio delle Filippine in cui abbiamo giocato. Il campo era stato montato in un palazzetto enorme che poteva contenere 20mila persone…c’era questo tifo dei Filippini nei nostri confronti che era pazzesco: ci sostenevano ed eravamo l’unica nazione per cui tifavano a parte la propria, che era già stata eliminata. Si alzavano in piedi, facevano la ola. Sono stati un pubblico pazzesco e sembrava di giocare in casa perché quando lo speaker chiedeva “chi tifa per gli Stati Uniti?” il silenzio, quando diceva “chi tifa per l’Italia?” si alzava un boato incredibile.

Una situazione imbarazzante vissuta durante la trasferta mondiale?

Più che imbarazzante è stata un po’ del terrore. La nostra compagna di squadra Giulia Ciavarella aveva perso momentaneamente il passaporto e la carta di imbarco a Manila, dieci minuti prima dell’imbarco stesso. Ci sono stati dei momenti di panico, ma alla fine li aveva messi nella mia borsa anziché nella sua perché ci eravamo scambiate di trolley…un piccolo momento di terrore.

Quali sono gli obiettivi sportivi futuri della squadra?

Aver vinto i Mondiali non ci dà il pass per le Olimpiadi, perché per queste c’è una qualificazione ad hoc che si svolgeranno in maggio-giugno 2020, prima di agosto quando inizieranno i giochi. Tutto ancora da costruire da questo punto di vista. Per la squadra i prossimi obiettivi immediati sono le qualificazione agli Europei che ci saranno in Andorra il 23 e 24 giugno, per poi accedere agli Europei di Bucharest a settembre. Quindi ci dobbiamo subito mettere in gioco e mettere da parte per ora questa bellissima vittoria del Mondiale e concentrarci di nuovo sui nostri obiettivi che nel breve sono le qualificazioni agli Europei.

Vita di spogliatoio: ci sono riti e scaramanzie?

La scaramanzia durante questo Mondiale è stata quella di dipingersi le unghie con i colori della bandiera, però un’unghia alla fine di ogni giornata del torneo: alla fine della prima in cui avevamo giocato due partite ne abbiamo dipinte due, il giorno successivo solo una perché ne avevamo vinta una sola, e con i quarti e le semifinali abbiamo dipinto le altre due. Questo è stato molto divertente ed è stato il nostro rito scaramantico. Poco prima di entrare in campo, invece, dopo il riscaldamento negli appositi campi, giocavamo al “ninja”, prima della partita vera e propria.

Descrivi in poche parole la tua Mister Adamoli.

La nostra allenatrice Angela Adamoli, come descriverla? È una donna molto forte, consapevole dei mezzi che ha questa squadra, che ha sempre creduto in noi, che ha cercato di dare il massimo sia in campo che fuori, creando un clima molto amichevole ma con dei ruoli da rispettare in campo e durante gli allenamenti. Il clima del 3×3 è molto diverso da quello del 5×5, soprattutto dal punto di vista della Nazionale. Ci sono dei ruoli ben definiti tra capo delegazione, coordinatore, massaggiatore, medico, allenatore però non vorrei esagerare dicendo che si è molto vicini, non c’è la distanza tra allenatore e giocatrice a cui magari si è abituati.

Quanto è diffuso il movimento basket 3×3 in Italia? E nel mondo?

Il movimento 3×3 si sta sviluppando negli ultimi tre-quattro anni, quest’anno credo che ci sia il boom dei tornei 3×3 organizzati dalla Federazione Italiana Pallacanestro, per far iscrivere il maggior numero di atleti ai tornei, che incide anche sul ranking mondiale che avrà l’Italia per quanto riguarda l’organizzazione di manifestazioni e qualificazione. È una cosa molto importante che venga coinvolto il numero più alto possibile di atleti. Quest’anno con il fatto che il 3×3 andrà alle Olimpiadi di Tokyo, credo che ci sia stato un vero e proprio boom. Moltissimi giocatori e giocatrici questa estate stanno calcando i campi e questo non può che fare piacere.

Cosa diresti ai giovani per convincerli a giocare a basket 3×3?

È molto divertente perché sono delle partite decisamente brevi in cui ti giochi tutto. È come uno sprint un po’ più lungo del solito quindi non si tratta degli ultimi due minuti finali della partita ma è uno sprint di dieci minuti. È più faticoso del 5×5 nonostante siano meno minuti, in proporzione è un quarto, è “one shot” c’è solo quel tempo lì per vincere la partita, mentre nel 5×5 hai quattro tempi per ribaltare la partita. Nel 3×3 bisogna dare il massimo in quell’arco di tempo lì.

di Deborah VillarboitoGiulia Rulli 1

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