Quando il problema dell’Italia improvvisamente si chiama immigrazione

Immigrati, immigrati ovunque. Ovunque ci giriamo oramai sul nostro territorio, nella nostra terra vediamo persone variopinte. E chi la paga tutta sta gente nella nostra terra? Noi. Tutto gratis per loro, per gli italiani invece è sempre tutto in salita. Ai Rom mica la Polizia chiede la dichiarazione dei redditi. Agli extracomunitari nei centri di accoglienza strapagati alle cooperative pseudosociali mica si chiede di versare un euro. A noi invece ci chiedono gli sforzi, di pagare le tasse, di fare sacrifici. Ora basta, devono morire, bisogna affondare i barconi, riaprire i forni crematori, murarli nelle pareti.
Buio.
Ho provato a chiudere gli occhi per qualche minuto ed entrare nei panni di un italiano contro l’immigrazione. Tristezza, rabbia, frustrazione mi pervadono ancora, insieme a un sottofondo di odio, prima per me stesso, poi per gli altri.
Lo sapete quanti sono gli immigrati in Italia oggi? Chiedete a Google, non sarò io a dirvelo. Prima di tutto perché la macro-categoria “immigrato” potrebbe racchiudere chiunque e nessuno. Poi perché anche considerando la categoria immigrato come la più comprensiva possibile, la percentuale di persone in essa rispetto alla popolazione italiana sarebbe comunque irrisoria. Inutile pure che provi a spiegarvi la percentuale di rischio contagio malattie mortali dagli immigrati o la riduzione della criminalità negli ultimi anni nonostante l’”emergenza” immigrazione. I luoghi comuni sfatateveli da soli, basta così poco.
Credo importante invece riflettere su alcune posizioni ideologiche e la propria natura, cercando per una volta di essere più psicologo che scrittore.
Ci sono poche motivazioni, seppure forse sarebbe meglio chiamarle scusanti, per schierarsi contro i migranti e le migrazioni. In molti pongono i loro sacrifici in Italia in contrapposizione con i “loro”: “loro” hanno tutto pagato, noi dobbiamo lavorare, pagare le tasse e lo Stato non ci aiuta; altri temono l’invasione, hanno seriamente paura un giorno di non riconoscere più il proprio paese, perché più colorato e perché vittima di una dispersione di valori; altri ancora vedono la propria sicurezza personale minacciata da popolazioni sconosciute; ancora altri provano fastidio, semplicemente, inutile nasconderlo.
Ora, se una persona sta male, e mi affida il compito di farla stare meglio, posso seguire due strade: o elimino un sintomo del suo malessere, o ne scovo la radice e agisco su quella. Lo stesso vale per la politica. Se un cittadino mi chiede di rappresentarlo per risolvere i suoi problemi posso seguire le stesse due strade nell’interpretare quel ruolo: o assecondo il suo sbraitare contro il capro espiatorio dandogli momenti fittizi di soddisfazione, oppure scovo la radice dei problemi del cittadino, e mi occupo di quelli.
Assunto quindi l’argomento immigrazione come pretesto per il malessere del mondo, coloro che cavalcano il pretesto per farsi eleggere sono poco lungimiranti, chi lo fa governando è pericoloso.
Rimane comunque un dato, senza il quale ogni valutazione è superflua: la migrazione di coloro disposti a rischiare più volte la propria vita durante il percorso, la si può fermare solamente in un modo, uccidendo. E’ chiaro che il livello di società civile che abbiamo raggiunto non ci permette di pensare allo sterminio come opzione verosimile per risolvere un ipotetico problema. La stessa civiltà ci impedisce pure di guardare altrove mentre centinaia di persone muoiono, rischiano di morire, sono torturate. Non parlo di buon gusto, chiariamoci, parlo di esplicite violazione del Diritto internazionale: non è buonismo, è legge.
L’immigrazione in Italia è fumo negli occhi, ci rende difficile vedere con chiarezza la radice profonda dei nostri problemi: noi stessi e la nostra inettitudine.

di Federico Bodovllkytebcts8epqu2.d1e346e8

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