Inclusione: le (scuole) italiane lo fanno meglio

Esami di maturità, tempo di confronti. La scuola italiana dà a chi esce dalle sue mura le competenze necessarie ad affrontare poi mondo del lavoro e vita di tutti i giorni? L’Ocse, parlando esclusivamente di competenze linguistiche e matematiche degli studenti italiani scolarizzati, rispetto ad altri Paesi, definisce così l’istituzione Scuola nostrana: “Strumento di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Scuola come ultimo baluardo della democrazia, insomma. La scuola italiana, nonostante le riforme (alcune davvero bizzarre), resta all’avanguardia. Continua a funzionare. Risulta addirittura decisiva come ascensore sociale. Gli studenti, attraverso la scuola, si emancipano, in particolare quelli provenienti da classi sociali più svantaggiate. L’indice dell’Ocse per le competenze linguistiche da parte di 15enni provenienti da ambienti socio-economici differenti, è pari a 0,45, contro lo 0,48 della media Ocse. La scuola italiana è più inclusiva di quella danese (0,64) o tedesca (0,49). Il divario tra diverse classi è purtroppo destinato ad aumentare nel momento in cui si entra nel mondo del lavoro.

L’Ocse, nel suo studio, ha analizzato una quarantina di Paesi e gli studenti che ogni tre anni partecipano all’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) e quelli di 25-27 anni che partecipano al Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies). Tutti analizzati nelle loro competenze di Lettura e Matematica. Tutti di estrazione sociale diversa. Gli unici Paesi in cui il gap, dopo il diploma, non varia più di tanto sono Canada, Stati Uniti, Corea e Italia. Per studenti avvantaggiati si considerano quelli con almeno un genitore laureato e più di 100 libri in casa, per svantaggiati quelli con meno libri e genitori con un livello d’istruzione più basso. La scuola italiana, dunque, è inclusiva.

A 27 anni, quando siamo già lontani da scuola e diploma, invece in Italia il divario si amplifica (0,67 contro la media di 0,61 Ocse). Ma questo è un destino comune a molti altri Paesi.

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