Karate: Beatrice, la principessa del tatami si racconta

Beatrice Anghel ha un sorriso che scioglie il cuore. È pacata, sempre cordiale e reca in sé lo spirito del karate fatto di disciplina e impegno, misto a grinta e determinazione, oltre che rispetto. Classe 1997, quando non porta la divisa della Nazionale è porta colori della Master Club di Vercelli e nel 2015 in Polonia si è laureata campionessa del mondo nel kata individuale e a squadre, dove ha concesso il bis anche ai Mondiali di Treviso 2017. Campionessa europea a soli diciotto anni, nel 2016 ha sbancato in Slovenia conquistando due ori e un bronzo nel kumite, il combattimento. Sguardo che atterrisce sul tatami, dolcezza spiazzante in tutto il resto, Beatrice racconta come nasce un talento nel karate.

Quando e perché hai iniziato a praticare karate?

Ho iniziato a fare karate quando avevo 8 anni. Il mio inizio è stato puramente casuale: da piccola avevo dei problemi di postura, avevo già praticato sport. I miei genitori mi avevano portato da uno specialista che mi aveva consigliato di praticare un’arte marziale. In concomitanza un mio compagno delle elementari voleva iniziare a fare karate e mi ha convinto a provare. Da lì mi sono appassionata e non l’ho più lasciato.

Descrivimi la tua gara più bella.

Di gare significative ce ne sono state tante. Tra le più belle ricordo i miei primi Campionati Italiani perchè erano già un sogno che si stava per realizzare. Quando ero piccola ambivo a scontrarmi con gli atleti più forti d’Italia e perché no, vincere. Naturalmente, grazie ai miei compagni di squadra che hanno creduto in me e ai miei maestri che mi hanno sempre spronata sono riuscita a vincerli sia di kata che di kumite. Successivamente mi è arrivata la convocazione in Nazionale. Dopo qualche anno, nel 2015, ho partecipato alla mia prima gara internazionale, ovvero i Mondiali in Polonia. Posso dire che quella è stata la mia gara più bella, perché credo sia il coronamento dei sogni di un agonista. Quell’estate non ho staccato un attimo dagli allenamenti e la testa era sempre al top. Sono arrivata a vincerli a livello individuale e a squadra nel kata. Quella è stata l’apoteosi, non potevo essere più felice. Anche i Mondiali di Treviso di quest’anno sono stati significativi: per me era un periodo un po’ di discesa a livello agonistico, non sapevo più se volevo gareggiare o meno. Grazie comunque all’aiuto del mio maestro, sono riuscita a superare questo periodo. A livello individuale non sono riuscita a piazzarmi mentre con la nuova squadra, che avevamo preparato in un anno, siamo riuscite ad arrivare prime e in più siamo diventate ottime amiche.

Quali progetti hai per il futuro?

Di progetti per il futuro ce ne sono tanti, soprattutto a livello professionale. Io sto studiando osteopatia in un collegio inglese a Milano. L’obbiettivo è quello di crearmi una carriera sperando di arrivare ad alti livelli. A livello agonistico quest’anno ho dovuto purtroppo mollare un po’ la presa perché lo studio e il trasferimento a Milano mi ha tolto del tempo. Ho dovuto dare la disdetta alla Nazionale. Gli obiettivi sono calati. Sto continuando comunque ad allenarmi in palestra e per quanto riguarda le gare spero di portare avanti i Campionati Italiani.

Quanto devi sacrificare per il karate visto il livello che hai raggiunto?

Ad esempio, per il Mondiale 2015, mi era arrivata la convocazione a giugno e questi sarebbero stati ad ottobre. Quell’estate non la si può chiamare veramente estate. Un periodo tosto fato di preparazione: mi alzavo alle cinque, andavo a correre, mangiavo e poi riprendevo andando in palestra e facendo potenziamento e nel pomeriggio si facevano lezioni di karate. Il sacrificio che pesa di più forse era il non poter uscire al sabato sera con gli amici, perché la domenica bisognava alzarsi presto per andare ai raduni della Nazionale. Io comunque non li vedo come sacrifici perché le cose che facevo le facevo perché avevo un obiettivo, perché volevo raggiungerlo, quindi avevo in testa questa cosa a cui dovevo per forza arrivare. Ogni ora di allenamento non era un peso, ma in realtà un qualcosa che andava ad arricchire la mia prestazione in una futura gara. Non sono portata a chiamarli sacrifici.

Descrivi una tua settimana da atleta in piena stagione di gare: allenamenti, alimentazione, tempo libero.

Intanto una nutrizione ben scelta. Durante la preparazione per i Mondiali ero seguita da una nutrizionista che mi consigliava cosa mangiare e cosa evitare. Gli allenamenti erano quasi tutti i giorni ad eccezione del fine settimana in cui si faceva una volta sì e una no. Nel poco tempo libero magari un’uscita con gli amici alla sera, ma anche lì si tornava presto perchè il mattino dopo si era già in pista.

Quale è la cosa che ti piace di più del tuo sport?

La cosa che mi piace di più del mio sport è di sicuro la filosofia di vita che ti lascia, che ti viene data dal tuo maestro. Io ho avuto la fortuna di aver trovato un grande maestro che mi ha insegnato a vivere. Non è sempre facile trovare un maestro che sia in grado di trasmetterti i valori della vita. Io ho avuto la fortuna di trovarlo. Nell’ambito del karate mi ha insegnato soprattutto a non mollare mai quando volevo qualcosa, di tirare fuori tutta la grinta che avevo per ottenerla e di non fermarmi ai primi ostacoli. Di lottare e perseverare per raggiungere i miei obiettivi. Poi naturalmente mi piace fare karate, in tutto il suo insieme.

A cosa pensi quando stai per salire sul tatami?

In realtà non ci ho mai pensato. Ogni gara è una cosa diversa, a parte. Sicuramente penso ai sacrifici che ci sono stati per arrivare fin lì. Penso a non sbagliare kata, quando faccio quel tipo di gara, e penso di dare il massimo sempre, senza aver paura di sbagliare e comunque sono due cose contrastanti che coesistono. Quando devo invece gareggiare nel combattimento, non penso a nulla perché, secondo me, nel momento in cui sali sul tatami e pensi a qualcosa hai già perso in partenza. Devi entrare lì a sangue freddo e cercare di fare al meglio la tua prestazione.

Hai qualche gesto scaramantico o rituale prima del combattimento?

Prima del combattimento, no. Probabilmente il fatto di guardare mio padre, è una forma di incoraggiamento, lo guardo e riesco a caricarmi.

C’è qualcuno a cui ti ispiri?

Sicuramente la persona a cui mi sono ispirata di più, sono stati i grandi campioni passati del karate come Mirko Safioti che è stato e sempre sarà il mio idolo nel karate. Una grande persona sia a livello umano fuori dal tatami sia dentro. L’ho visto sempre anche come un esempio di vita e continuo ad ispirarmi a lui.

Cosa diresti per convincere un tuo coetaneo a praticare karate.

Al giorno d’oggi, giovani che iniziano a fare karate ce ne sono ben pochi perché in Italia viene visto come uno sport minore. Vengono considerati molto di più il calcio, piuttosto che la pallavolo e tanti altri sport. Quindi capisco che proprio a livello propagandistico nella nostra generazione ce ne siano poche di persone che iniziano a praticare karate. Il mio consiglio è quello di iniziare a fare karate perché ti migliora la vita. Non deve essere visto solo come uno sport, ma appunto come una filosofia di vita.

Come vedi la situazione del karate in Italia rispetto al resto del mondo?

In Italia la situazione del karate è un po’ critica. A differenza di altri paesi nel mondo, noi karateki siamo molto meno aiutati dallo Stato italiano. Non abbiamo sponsor, anzi tante volte dobbiamo sponsorizzarci noi stessi. Un agonista non può ambire a fare del karate la sua professione, come invece tanti altri sport. Quello che viene invidiato un po’ del karate che viene praticato negli altri paesi è proprio questo.

Karate: stile di vita o disciplina sportiva?

Non è assolutamente una disciplina sportiva. Ti insegna veramente tanto a livello personale, ti fa crescere come persona quindi io non lo vedo come uno sport ma come una filosofia.

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