Se “immigrato” diventa sinonimo di sfruttato

La tragica morte di Sacko Soumali, il giovane maliano sindacalista dei braccianti di San Calogero, ha riportato alla ribalta una questione annosa e sempre rimossa, dopo le fiammate di attenzione dovute a qualche drammatico evento: lo sfruttamento degli immigrati nelle campagne meridionali, e non solo. Non necessariamente clandestini, né sbarcati negli ultimi anni, e neppure africani. La periodica ricostruzione delle vergognose baraccopoli mostra un volto inquietante di una parte non piccola dell’agricoltura italiana: per reggere sul mercato, ha bisogno di ricorrere al lavoro sottopagato degli immigrati, e di farli vivere in condizioni inaccettabili.
Il lavoro degli immigrati per fortuna è anche altro: 2,4 milioni di occupati regolari, tra cui 570.000 titolari di attività economiche. Un gettito fiscale e contributivo che supera ampiamente i costi dell’accoglienza dei rifugiati e dei servizi richiesti dalle famiglie arrivate dall’estero. Ma rimane in gran parte lavoro povero, subalterno. Il lavoro delle 5 P: precario, pesante, pericoloso, poco pagato, penalizzato socialmente.
Di tutto questo nel contratto di governo che dovrebbe guidare l’azione dell’esecutivo non c’è traccia. Il cap. 13, dedicato all’immigrazione, ha come sottotitolo “rimpatri e stop al business”. L’immigrazione è declinata soltanto come peso e minaccia per il nostro paese.
Volendo credere che il confronto con la realtà possa avere la meglio sugli slogan propagandistici, vorrei avanzare tre modeste proposte in tema di immigrazione e lavoro, che investono anche la questione tuttora incandescente dei rifugiati e richiedenti asilo. Pur ricordando che si tratta (dati UNHCR, fine 2016) di 250.000 persone su 5,5 milioni di immigrati residenti in Italia. Una piccola minoranza, sistematicamente scambiata con l’immigrazione in generale.
La prima proposta deriva dai fatti di San Calogero: mandare un folto gruppo di ispettori del lavoro, scortati dalle forze dell’ordine, a identificare e denunciare i datori di lavori che sfruttano i braccianti immigrati. Non dovrebbe essere difficile: basta seguire le campagne di raccolta dei prodotti agricoli, vedere dove sorgono le baraccopoli, seguire i pullmini che li portano al lavoro. Eventualmente con i droni. Un governo che promette il carcere agli evasori fiscali dovrebbe dispiegare una severità ancora maggiore con chi calpesta la dignità dei lavoratori.
La seconda proposta riguarda la riduzione del carico dei richiedenti asilo per le casse dello Stato: come in Germania e in Svezia, chi trova un lavoro dovrebbe ricevere un permesso di soggiorno, inizialmente di un anno, ponendo fine alle controversie sulla fondatezza della domanda di asilo, e potrebbe cominciare una vita autonoma.
Infine, per decongestionare il canale dell’asilo e istituire un’alternativa ai rischiosi viaggi attraverso la Libia e poi per mare, si dovrebbero ampliare le possibilità di immigrazione per lavoro stagionale, già previste dalle nostre leggi e dai decreti flussi annuali. Negli Stati Uniti hanno ridotto l’immigrazione non autorizzata dal Messico proprio riaprendo un canale d’immigrazione legale, stagionale, per l’agricoltura. Se le persone possono entrare, lavorare, tornare al loro paese per ripresentarsi l’anno successivo, saranno meno disposte a rischiare la vita nei viaggi della speranza.
Spero vivamente che oltre a pensare a espulsioni e restrizioni dell’accoglienza, un rapporto positivo tra immigrazione e sicurezza venga costruito promuovendo il lavoro degli immigrati nell’ambito dell’economia legale del nostro paese.

di Maurizio Ambrosini

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