Integrazione dei rifugiati? La chiave è nel lavoro

5 Luglio 2018 0 Di il cosmo

La questione dell’integrazione dei rifugiati nella società italiana trova nel mercato del lavoro uno snodo decisivo. Sia per quanti sono ancora accolti in strutture di prima accoglienza, sia per coloro che hanno ricevuto uno status di protezione internazionale (presso le commissioni ministeriali, circa il 40% dei richiedenti, a cui si aggiunge secondo stime circa la metà dei ricorrenti presso i tribunali), l’inserimento lavorativo rappresenta il principale canale per conquistare autonomia, affrancamento dalla dipendenza assistenziale, possibilità di progettare il proprio futuro in Italia. Si tratta in tutto di circa 350.000 persone in Italia, secondo le stime più recenti (UNHCR, l’agenzia dell’ONU che se ne occupa), più o meno equamente ripartiti tra richiedenti asilo accolti nel sistema di accoglienza (oggi circa 170.000) e rifugiati riconosciuti.
Le controversie politiche attuali sull’accoglienza dei richiedenti asilo riguardano eventualmente il futuro, ma non incidono sulla situazione delle persone già arrivate in Italia e inserite nel sistema di accoglienza, e ancor meno su quella dei rifugiati riconosciuti. Questi ultimi sono entrati in una vicenda paradossale: quando vedono accolta la loro istanza perdono il diritto a rimanete nelle strutture di prima accoglienza. Tranne una minoranza accolta per sei mesi nei centri SPRAR, gli altri si ritrovano per strada. Trovare un lavoro diventa cruciale per evitare di entrare in spirali di progressiva esclusione sociale o talvolta di caduta in circuiti criminali.
All’inserimento lavorativo di richiedenti asilo e rifugiati si frappongono però diversi ostacoli. Per i richiedenti, l’incognita dell’accettazione della domanda di protezione internazionale: gli imprenditori sono di fatto scoraggiati dall’investire su persone che potranno da un giorno all’altro perdere la possibilità di risiedere e lavorare legalmente in Italia. Per tutti pesano i traumi sofferti nel paese di origine e lungo il viaggio, oltre che i pregiudizi nei loro confronti a cui non è estraneo l’attuale clima politico.
Servono quindi iniziative coraggiose e lungimirante, che possono andare da stages in azienda co-finanziati da attori pubblici e privati, a innovazioni contrattuali che favoriscano la formazione sui luoghi di lavoro, prevedendo un graduale raggiungimento dei livelli retributivi corrispondenti alla mansione svolta. Occorre fare ogni sforzo per sottrarre all’esclusione una componente della popolazione immigrata che, se lasciata a se stessa, rischia di trasformarsi in un problema per sé e per la società italiana nel suo insieme.

di Maurizio Ambrosini