L’amore e’ un terreno da coltivare

«Molti genitori adottivi che frequentiamo dicono di non aver timore dell’eventuale esigenza del proprio figlio, una volta adulto, di cercare chi li ha messi al mondo. Noi sì, ne abbiamo. Così come ne abbiamo tante altre, forse anche più di quelle che ha un genitore naturale».
Barbara e Vittorio sono i genitori adottivi di un bimbo nigeriano di 5 anni e una bimba senegalese di 11 (di cui preferiscono non svelare i nomi): una scelta, quella dell’adozione, presa nove anni fa dopo aver scoperto di non poter avere figli.
«Anni fa ho subìto cure molto pesanti per guarire una grave patologia e questo non mi ha permesso di poter rimanere incinta. Io e Vittorio – racconta Barbara – ci siamo immediatamente trovati d’accordo non appena abbiamo accennato all’idea dell’adozione: abbiamo sempre desiderato avere figli, ne parlavamo già quando non eravamo sposati. Ci siamo sentiti genitori fin da quando abbiamo saputo che la nostra richiesta era stata accettata: l’attesa era stata estenuante».
Un iter lento, una burocrazia complessa, un percorso lungo: quella che precede l’adozione è una strada in salita: «Molte coppie lasciano perdere, dopo un po’. E forse è un bene: adottare è un atto di coraggio, oltre che d’amore, se non ne hai abbastanza è meglio lasciar perdere. La mia difficoltà maggiore – ricorda Barbara – è stata quella di non ossessionarmi: ad aiutarmi è stato Vittorio, che quotidianamente mi rasserenava e riconosceva i miei silenzi. Non riuscivo più a lavorare (Barbara è impiegata in banca, ndr), non dormivo: non facevo altro che pensare alla pratica, all’ipotetico bambino. Il supporto psicologico è stato fondamentale, così come lo è ancora oggi: una o due volte al mese io e Vittorio abbiamo una seduta per confrontarci con quelle che sono le nostre paure di genitori adottivi. Non bisogna temere di mostrarsi fragili: siamo esseri umani».
Barbara e Vittorio adottano la loro prima bimba quando lei aveva tre anni, nel 2010: «Per un genitore naturale non è facile capire cosa significhi avere a che fare con un bambino che ha già dei precisi tratti caratteriali e che sa già guardarti come un perfetto estraneo. È da quello che cominciano le prime paure, dalla dicotomia tra quello che potresti essere per lui in positivo e il timore di sbagliare. Sono sensazioni, però, che riguardano solo il periodo iniziale: il legame tra un bambino e i suoi genitori, benché adottivi, nasce da subito. Non siamo fatti solo di corpo: siamo anche sentimento, siamo vibrazioni. Quando tra due persone c’è amore, queste lo percepiscono. I bambini hanno i recettori ancora più aperti dei nostri, lo riconoscono quando sono amati e si lasciano andare, si fidano. Per questo il rapporto nasce da sé. Potrà sembrare strano – aggiunge Barbara – ma anche io sono cresciuta con uno dei due genitori che non era quello “reale”, ma il partner dell’altro. Ho amato e amo tantissimo quella persona, per quello che mi ha dato. Amare è un atto concreto: i legami non nascono da sé solo perché si condivide il sangue, i legami si creano e si curano. Un terreno arido e abbandonato non avrà mai dei fiori solo perché si tratta di un terreno: ha bisogno di cure per diventare rigoglioso. La stessa cosa capita con i rapporti umani. Non pensavo che la mia personale esperienza di vita mi avrebbe servito, un giorno, a diventare un genitore adottivo ma da questo ho capito che il caso non esiste».
Quattro anni fa arriva anche il secondo bimbo: «Lui era più piccolo, aveva solo un anno. Tra i due bambini è venuta a crearsi una complicità incredibile, si cercano costantemente, la maggiore è iperprotettiva nei confronti del fratello e non avremmo potuto desiderare di meglio per la nostra quotidianità. Le nostre paure riguardano il futuro, non il presente: sappiamo che c’è la possibilità che un giorno i nostri figli vorranno trovare i loro genitori naturali. Non sappiamo dire se saremo d’accordo o meno ma posso dire che l’ultima cosa che vogliamo è vedere i nostri figli soffrire. Questo significa che se la loro necessità sarà così forte da starci male, allora non solo non li ostacoleremo ma li aiuteremo: ci fidiamo dell’amore reciproco che c’è nella nostra famiglia, sappiamo che niente e nessuno potrà separarci, non è questo di cui abbiamo paura. Le nostre paure derivano, appunto, dal rischio che loro possano soffrirne in qualche modo. Ma non andare contro cuore, per noi, significa proprio questo – conclude Barbara -: vuol dire accettare di essere umani e quindi di avere delle paure, smetterla di credersi ‘supereroi’ capaci di sopportare qualsiasi sofferenza e arrendersi alla vita. Non significa arrendersi: noi non l’abbiamo fatto, altrimenti non saremmo genitori. Significa fidarsi della vita, perché ogni cosa accade per un motivo: ecco, questo è il vero significato del non andare mai contro cuore».

di Sabrina Falanga

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