Andrea Martinetti, l’importanza dello psicologo nello sport

Molteplici sono i modi in cui una persona può donare la propria vita allo sport. Ambizioni personali, passione e sfida muovono gli atleti, voglia di trasmettere la propria esperienza gli allenatori; aiutare gli sportivi è compito anche di fisioterapisti, medici e altri professionisti che si prendono cura in primis del corpo del suddetto. Un atleta però, non è solo una macchina fisica, quindi anche la cura della mente è fondamentale. Negli ultimi anni sta conquistando il posto che gli spetta un’altra figura che ruota intorno all’atleta, professionista e non: lo psicologo dello sport o preparatore mentale. Perchè senza dubbio il corpo non può nulla se per prima non è la mente ad essere in equilibrio e motivata. Andrea Martinetti è un giovane psicologo dello sport. Nasce come cestista e gioca per alcune squadre del Piemonte, prevalentemente in serie C2, poi C Silver, con una breve apparizione in C1 ed in serie D. Scelte di vita e passioni latenti che esplodono come per un primo amore lo portano a trovare la sua vocazione nella psicologia legata allo sport, per aiutare i singoli atleti e intere squadre a curare la componente mentale, fondamentale per raggiungere ogni tipo di obiettivo.

Qual è il ruolo dello psicologo dello sport?

Lo psicologo dello sport si occupa dei fattori mentali legati alla pratica sportiva, sia nell’esercizio fisico in generale che nella partecipazione alle competizioni, di qualsiasi disciplina. Lavora sugli aspetti emotivi, cognitivi e relazionali in un ottica di crescita e sviluppo delle potenzialità dell’atleta o di un team, rafforzando le risorse personali ed incrementando l’autostima. Può lavorare sia sul ‘mental training’ per preparare al meglio l’atleta alle competizioni e sia sulle problematiche specifiche dell’ambito sportivo come ‘burnout’, ‘dropout’, ‘choking’, disturbi dell’alimentazione, abuso di sostanze. Nel ‘mental training’ possiamo paragonare il lavoro concreto a quello di un allenatore o di un preparatore atletico ma riferito agli aspetti mentali della disciplina specifica, del singolo o del gruppo.

Qual è stato il tuo percorso?

Inizialmente mi sono iscritto alla Triennale di Scienze Motorie e Sportive di Torino, con un po’ di confusione su cosa avrei voluto fare a percorso concluso. La curiosità e una buona dose di follia mi hanno fatto scegliere una Magistrale diversa, quella di Psicologia Clinica e di Comunità, sempre a Torino. Il percorso non è stato così lineare, ho fatto alcune esperienze nella Clinica e nella Psicologia del Lavoro, ma ho sempre pensato di voler integrare i miei due percorsi di studio e di tornare al settore sportivo. Il punto di svolta è stato sicuramente il Master in Psicologia dello Sport presso Psicosport, che ha fatto luce alle mie domande e mi ha mostrato la direzione da prendere per ritornare allo Sport.

Perché hai scelto questa carriera?

L’amore per lo Sport è sempre stato il motore trainante. Durante gli studi ho proseguito l’attività agonistica in alcune squadre dilettanti di pallacanestro, toccando nel mio piccolo alcune delle fatiche con cui gli atleti si devono scontrare. Grazie a questa esperienza mi sono accorto di quanto la mia prestazione dipendesse spesso dalla mente, pur non sapendo come influisse. Purtroppo, in queste categorie, la preparazione mentale non è contemplata nel lavoro annuale ed è un peso che grava tutto sull’atleta, al quale vengono richieste elevate risorse mentali. Mi piace pensare che la mia scelta sia in fondo un desiderio di colmare questa mancanza che ho avuto anche per altri atleti.

Quanto influisce la mente sulle prestazioni dello sportivo?

La mente ha sicuramente un grosso impatto sulla prestazione, trovare una percentuale d’influenza è molto difficile perché ogni disciplina ha spazi, tempi e regole ben precise, e si rischia di perdere di oggettività nella risposta. Per semplicità la possiamo equivalere alle altre macro aree che vengono allenate nella preparazione annuale: quindi un 33 % rispettivamente a preparazione mentale, preparazione fisica e preparazione tecnico/tattica. Fornisco anche un parere esterno citando una ricerca condotta presso l’università di Buenos Aires (Nachon, Nascimbene, 2001) durante l’anno 2000, che ha sondato il grado di influenza dei fattori mentali all’interno della pratica sportiva, in un campione di 71 soggetti composto da insegnanti, istruttori e studenti della Laurea in Scienze Motorie e Sportive. Il risultato è stato che il 97% (69 su 71) del totale ha assegnato al fattore mentale un’incidenza di almeno il 50%; 21 soggetti attribuiscono un 100% di incidenza; 27 soggetti il 75%; 21 soggetti attribuiscono il 50% di influenza. Solo 2 soggetti su 71 hanno espresso un incidenza pari al 25% sulla prestazione.

Ogni Sport ha le sue regole: vale anche per la Psicologia?

Possiamo dire che ogni sport richiede un approccio mentale differente, a seconda delle richieste sport specifiche e delle abilità mentali che sono connesse alla prestazione. Ogni disciplina rientra in una categoria differente a seconda delle proprie caratteristiche: se ci troviamo all’aria aperta ci saranno degli aspetti da valutare differenti rispetto ad un ambiente chiuso; se la prestazione è contro un avversario oppure se dobbiamo superare un ostacolo; o ancora se la durata della gara è circoscritta da un inizio ed una fine ben definiti oppure se è dipeso da una sequenza di abilità che vengono protratte nel tempo.
Tendenzialmente, le richieste mentali sono differenti a seconda se ci troviamo in uno sport di squadra rispetto ad uno sport individuale. Nel primo caso è importante considerare tutte quelle abilità legate anche alla relazione, come la comunicazione, la socializzazione, l’integrazione dei ruoli, la responsabilità condivisa. Nel secondo caso si avrà una maggiore incidenza di abilità quali l’autonomia, la programmazione della gara, la gestione dello stress, la reazione all’errore, la stabilità emotiva e così via.

Rispetto al passato il ruolo dello Psicologo dello Sport ha acquisito più importanza?

È una figura che ha suscitato sempre grosse resistenze, un po’ perché viene erroneamente avvicinata ai problemi mentali ma anche perché non ne si conoscono effettivamente le reali potenzialità. Le prime comparse nel movimento sportivo internazionale risalgono agli anni ‘80, quando alle Olimpiadi di Los Angeles e Seul molti team olimpionici si sono avvalsi di una consulenza psicologica sportiva interna. Questo avvenimento ha dato origine ad un pensiero comune che sia una figura utile esclusivamente ad alti livelli di performance e con atleti di grandi potenzialità. Se è vero che la preparazione mentale diventa spesso l’ago della bilancia
nelle competizioni professionistiche, è altrettanto falso che i suoi benefici non sono riscontrabili con atleti di minore livello e capacità. Attualmente si sente sempre più spesso parlare di psicologi dello sport all’interno del team di lavoro, segno che il mondo sportivo sta cambiando atteggiamento verso questo ruolo. Ne sono un esempio le nazionali di Svezia ed Inghilterra che hanno appena giocato i quarti di finale ai Mondiali di Russia: entrambe le squadra hanno beneficiato di uno psicologo dello sport nella preparazione annuale. Anche le testimonianze degli atleti stanno sempre più aumentando, rompendo il silenzio dei tabù ed aprendo il loro mondo interiore al proprio pubblico. Esempi celebri come Tania Cagnotto e Federica Pellegrini in Italia, o come Kevin Love e DeMar DeRozan a livello internazionale.

È facile collaborare con le altre figure che girano intorno allo sportivo?

Credo che si possa lavorare bene assieme e si debba trovare il modo per farlo. Allo stesso tempo non è mai facile collaborare con altri colleghi o professionisti, spesso il valore che fa la differenza sul risultato è proprio la capacità di armonizzare le competenze e le aree di intervento di ognuno in favore del lavoro di squadra. La figura del preparatore mentale può venire percepita come un’intrusione da parte dell’allenatore, perché è difficile inserire un nuovo ingranaggio in un meccanismo che ha sempre funzionato in un certo modo, seppur deficitario, e spesso la mancanza di fiducia nel professionista può minare l’intera efficacia del lavoro di squadra. Oltre a queste difficoltà lo psicologo dello sport suscita sovente incertezze personali e falsi miti, come se fossimo in possesso della sfera di cristallo o di una pozione dei miracoli pronta all’uso. Prima si svincola la nostra professione da queste convinzione errate e prima riusciremo a coordinare il lavoro di ciascuno in sintonia, a beneficio dell’atleta e della squadra.

Che cos’è per te lo Sport?

Per me lo Sport ha sempre rappresentato una palestra di vita, con dei valori propri che spesso mantengo anche nella quotidianità. Grazie all’esperienza sportiva ho imparato molte cose su me stesso e su come lavorare con altri compagni, dal rispetto delle regole all’importanza della preparazione e dell’allenamento, dalla gestione dello Stress alla risoluzione dei problemi.
Nella cultura attuale può rappresentare un discorso un po’ naif, ma sono stati fatti numerosi studi che evidenziano il legame tra la pratica sportiva e l’apprendimento di specifiche ‘Life Skills’, appunto dette abilità di vita, che dallo sport si trasmettono alla vita di tutti i giorni, e costituiscono un’importante risorsa in età evolutiva per lo sviluppo intellettivo ed emotivo ma anche come fattore di prevenzione per le situazioni a rischio. Ne sono un esempio la comunicazione interpersonale, la negoziazione/rifiuto, la presa di decisione, la gestione delle emozioni, il pensiero critico, la cooperazione, ecc.

C’è un atleta o una squadra la cui storia ti è rimasta di più dentro?

Nei miei idoli da bambino ci sono stati molti giocatori che mi hanno emozionato e affascinato nelle loro giocate. Forse il giocatore che più mi ha impressionato per forza mentale è stato sicuramente Kobe Bryant, leggendario nella sua capacità di prendere il tiro decisivo e di mantenere la concentrazione e la durezza mentale per tutta la durata della partita.
Ad oggi, però, provo una grande ammirazione per tutti quegli sportivi che hanno subito un pesante infortunio o una grave perdita fisica/mentale, ma nonostante queste enormi difficoltà riescono a migliorarsi e a ottenere risultati nello sport o in altri ambiti della vita. A tutti gli atleti paralimpici va la mia più grande stima ed ammirazione per quello che riescono a dimostrare a se stessi e al mondo intero.

di Deborah Villarboito

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