Si e’ donna nello spirito, nella forza, nel sorriso

«Non ci prendiamo mai abbastanza cura di noi stesse, nonostante chi è parte della nostra vita ci dica sempre di iniziare a farlo. Qualunque insegnamento filosofico, religioso, morale lo insegna. Siamo sempre attenti a chiunque, tranne che a noi stesse. Sappiamo di star sbagliando a vivere così ma non ascoltiamo i consigli di nessuno e continuiamo a trascurarci. Finché non è la vita stessa a ricordarci che esistiamo anche noi. Che, come donne, esistiamo anche noi. Forse un cancro al seno arriva anche per questo. Non al fegato, allo stomaco, al pancreas. Al seno. Quasi la vita ti stesse dicendo: è ora che, in quanto donna, inizi a prenderti cura di te. Ora fermati, curati: ora ci sei tu e non puoi più dimenticartene».
Faiza Qsyier ha 47 anni, di origini Belgia, marocchina da parte del papà. Ha due figli ed è infermiera. La sua battaglia, volta alla diffusione di determinati messaggi, nasce dalla sua personale esperienza di vita: un doppio tumore al seno per il quale ha subito la chemioterapia e una mastectomia bilaterale.
A parlare, da contorno alla sua voce, sono le cicatrici sui suoi seni e che, senza alcun dubbio, raccontano di lei una bellezza che va oltre l’estetica.
«Il tumore al seno, per una donna, oltre a minare la sua salute e la sua quotidianità, mina la sua persona. Perché, da fuori, è facile che ti dicano che non è importante la caduta dei capelli – tanto ricrescono! -, che non sono importanti le cicatrici sui seni, o non averli, perché tanto, ti dicono, l’importante è essere vive».
Faiza era nel corridoio di una corsia di ospedale con il suo medico e parlavano di chemioterapia. «C’era una domanda che volevo fargli – ricorda –. Volevo domandargli proprio se avrei perso i capelli. L’ho fatto, sottovoce. E la risposta del medico non la dimenticherò mai. Mi ha detto: chi se ne importa dei capelli, pensi a salvarsi la pelle«. Perdere i capelli è uno dei segnali più forti, quello che a primo impatto si nota immediatamente e per il quale, spesso, le donne colpite da tumore si vergognano: «Essere donna non è avere i capelli lunghi. Essere donna non è avere un seno perfetto. Si è donne nello spirito, nella forza, nel sorriso».
Faza lo ripete spesso: sono viva, più viva che mai.
Ma che significa, in realtà, essere vive? Significa davvero non avere l’elettrocardiogramma piatto? È tutto limitato a un apparecchio medico-scientifico?
«Essere vive significa tornare a sentirsi belle. Significa riuscire a tornare a guardarsi allo specchio senza la paura di vedersi non solamente brutte ma malate. La maggior parte delle donne – dice Faiza – hanno paura di chiedere all’oncologo se la chemioterapia farà loro cadere i capelli. Hanno paura perché temono di essere giudicate come superficiali e attente solo all’aspetto estetico. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’estetica».
Ci sono donne, al mondo, che volontariamente si rasano i capelli e si sorridono allo specchio, nel vedersi così. Il cancro al seno ti toglie questo: la decisione di essere te stessa. I capelli ti cadono senza che tu lo voglia. «Così come il seno: ci sono persone che ti dicono addirittura – dai, ti rifai il seno gratuitamente, pensa che c’è chi paga per farselo rifare – ma chi ha detto che io volevo un altro seno? Prima dell’intervento di mastectomia e la successiva ricostruzione del seno, criticavo i miei seni ‘naturali’. Non mi piacevano. Solo quando me li hanno portati via ho capito quanto sia importante amarsi per quello che si è».
Sono passati cinque anni da quel maledetto giorno. Da quando Faiza ha iniziato una nuova vita: «Si muore, in quel momento. Ma si ha la fortuna di rinascere e di diventare persone migliori di ciò che eravamo prima. Oggi mi guardo allo specchio e mi dico: sì, sono bella. Sì, questi seni adesso sono i miei».
C’è un desiderio che ha Faiza: «Vorrei se ne parlasse di più, vorrei che in ogni città, non solo in quelle più grandi, si creassero eventi, maratone e campagne di sensibilizzazione. Per prevenire, per curare e per far sentire meno sole le donne che stanno combattendo».

di Sabrina Falanga

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