Luna musa dei poeti, nemica dei futuristi

2 Agosto 2018 0 Di il cosmo

La Luna è la musa perfetta per i poeti. Sarà per la magia di una luce che illumina la strada quando tutto intorno è buio, ma dobbiamo addirittura andare al II secolo d.C. per trovare Luciano di Samosata che immaginava un viaggio verso la luna con una nave nella ‘Storia vera’. Dante, poi, ha costruito una sorta di trattato lunare nel secondo Canto del Paradiso, partendo da un dubbio: l’origine delle macchie lunari, visibili anche dalla Terra. Il dibattito coinvolgerà pure la sua amata, Beatrice.

In questa rassegna non può non esserci spazio pure per Francesco Petrarca. La luna diventa metafora degli stati d’animo, più malinconici di sera e di notte. La luna diventa estremamente romantica con Giacomo Leopardi ne ‘Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia’. È un dialogo con il nostro satellite: “Che fai, tu Luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa luna?”. Lei ci fa compagnia, è un’amica, l’amata, dopo tutta l’angoscia generata dalla coscienza del reale contrapposto all’eterno.

Come ‘parola’, nella poesia, Luna appare per la prima volta in Italia nel 1224, nel Cantico delle creature di San Francesco: “Laudato sì, mì signore per sora Luna e le stelle”. Diversa è la luna di Giuseppe Ungaretti, che ne scrive quando i primi uomini ci hanno messo piede sopra: “Questa è una notte diversa da ogni altra notte del mondo. Ogni uomo ha desiderato da sempre conquistare la luna…oggi è stato raggiunto l’irraggiungibile, ma la fantasia non si fermerà”. Aveva ragione. Si continua a fantasticare sulla luna, sul cosmo, sulla nostra piccolezza rispetto all’universo.

Torniamo indietro, alla luna per i poeti dell’Ottocento. Sempre Leopardi, nel 1819, scriverà ‘Alla luna’, poesia che fa parte dei Piccoli idilli. Dalla cima del monte Tabor, il poeta la invoca intimamente, perché la luna era stata ”muta testimone del suo dolore”. “O graziosa luna, io mi rammento che or volge l’anno, sovra questo colle, io venia pien d’angoscia a rimirarti”.

‘Chiaro di luna’ è invece uno dei componimenti più conosciuti di Victor Hugo. Fa parte della raccolta ‘Le Orientales’, 1829. L’autore descrive i giochi di luce prodotti dal chiarore lunare che si intrecciano con le vibrazioni di una chitarra. Improvvisamente, però, la scena cambia, l’incanto viene interrotto da i tonfi di prigionieri gettati in acqua, cuciti dentro sacchi. Anche Gabriele D’Annunzio ha ‘usato’ la luna per ispirarsi. Nel 1882 pubblica ‘Canto novo’ in cui è inserita ‘O falce di luna calante’.

Successivamente arriveranno i futuristi, che sono contro tutto, anche contro la luna: “Contro il chiaro di luna”. Una metafora che voleva dire uscire dai vincoli romantici e dalle espressioni falsamente poetiche, considerate ormai il passato.

di Alessandro Pignatelli