Alcolismo: la storia di una scelta

Il modo migliore per rinascere da un dolore, è quello di dargli un senso, una motivazione. E, tra queste motivazioni, a volte c’è la possibilità di trasformare la sofferenza da distruttiva in costruttiva. Costruttiva per sé e per gli altri.
Perché, infondo, anche questo significa non andare mai contro cuore: rispettare una ferita che portiamo sullo spirito, non rinnegandola – perché è anche grazie alle nostre “lotte” se riusciamo a essere persone sempre migliori – ma dandole una ragione di essere esistita.
È quello che ha fatto Elsa Radaelli: ex alcolista, oggi aiuta le persone che lottano con la dipendenza dall’alcol. La sua storia sta facendo il giro di diverse testate italiane, proprio perché non rappresenta solo un bel racconto da narrare e conoscere, ma una vera e propria soluzione a un problema che affligge sia milioni di individui sia, di conseguenza, l’intera società. Elsa promuove il metodo “peer education”, cioè il dialogo tra pari, che è stato proprio quello che ha aiutato lei a salvarsi.
Elsa racconta che il suo ultimo pensiero della sera, prima di addormentarsi, era quello di chiedersi se avesse avuto alcol per la mattina successiva. È questa la vera dipendenza, che nasce ancor prima di quella fisica, e che trasforma l’individuo in un vero e proprio morboso partner con la sostanza: la stessa cosa accade nelle tossicodipendenze, nelle dipendenze dal cibo, dallo shopping compulsivo, dal gioco d’azzardo. La dipendenza riempie l’intera giornata della persona malata, che si ritrova a non riuscire a pensare ad altro che al suo oggetto del desiderio.
Elsa non era l’alcolista che tutti si immaginano: lei non era mai eccessivamente ubriaca, manteneva sempre – spiega – un livello di ebbrezza “standard”. Il suo problema era proprio la sua “relazione” con l’alcol: una sostanza che lei, nei suoi racconti, definisce addirittura quello che era «il mio amore».
Nessuna ubriachezza molesta, dunque. Niente che abbia a che vedere con i luoghi comuni (spesso errati) che si hanno nei confronti di un alcolista. Il suo era un rapporto continuo, un bisogno mentale prima che fisico. Quasi una certezza, un porto a cui si è sicuri di poter sempre approdare. Perché è questo che diventa una dipendenza, nella testa di un individuo: un appiglio. Finché questo appiglio non perde il suo velo di apparenza mostrandosi per quello che è realmente: una patologia, un’autodistruzione. Ed è proprio qui che sta la guarigione: la chiave, infatti, è ammettere di avere un problema. Non agli altri – che spesso se ne accorgono ben prima del malato stesso – ma a se stessi.
Elsa racconta che solo dopo dieci, quindici anni di dipendenza è riuscita a prendere consapevolezza di avere un problema e, quindi, a chiedere aiuto. Lei lo definisce «un gesto di umiltà rispetto a se stessi». La donna si è salvata decidendo di affidarsi a una comunità specializzata.
È proprio grazie al suo percorso di “rinascita” che Elsa ha scoperto che esistono diversi metodi per la guarigione, anche se, proprio a proposito della guarigione, ha il suo pensiero: dice, infatti, che un alcolista non guarisce, rimane tale per sempre, ma proprio per questo è possibile decidere di rimanere sobri e lottare per la salvaguardia di se stessi.
Dalla mindfulness all’arteterapia, dall’auto mutuo aiuto ai metodi psicologici degli specialisti (psicologia Freudiana o Junghiana), dai programmi speciali come lo “Youth in Iceland” islandese a quello, appunto, sostenuto da Elsa, la “peer education”.
La peer education consiste in una proposta educativa attraverso la quale ne nasce un confronto tra “pari”, con il compito di studiare le esperienze di ciascun individuo e collocarle in un quadro più ampio e definito, favorendo così lo sviluppo di pensieri critici (sui propri comportamenti) e la formazione di nuove relazioni sociali che aiutino nell’obiettivo, in questo caso, della guarigione.
Elsa ha realizzato la sua personale visione del metodo “peer to peer” attraverso un Dj Set: si chiama “Overdose” e si tratta di un ciclo di serate a tema. Una scelta non casuale, dato che le serate e le nottate musicali sono generalmente le situazioni sociali in cui avviene il maggior consumo di alcol: risolvere il problema, insomma, stando nel problema. Non scappando, non fingendo che non esista, non voltando lo sguardo altrove. Perché spesso è questo l’atteggiamento che si ha dinanzi a una patologia così complessa come può essere una dipendenza ed è proprio questo che, a volte, la alimenta.
Oggi Elsa, 54 anni, è una donna nuova: racconta di rinnovate consapevolezze, di lati di se stessa riconosciuti. Oggi Elsa sa scegliere ed è questa la cosa importante: perché – dice – sa bene, e ammette, di poter uscire e riprendere a bere. Ma non lo fa perché non vuole. Perché decide, ogni volta, di scegliere se stessa.

di Sabrina Falanga

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