Alimenti stampati in 3D, cibo in provetta e il futuro gastronomico degli insetti

23 Agosto 2018 0 Di il cosmo

Con l’Overshoot Day sempre più vicino a gennaio, il mondo scientifico si sta ingegnando, ormai da anni, nel trovare nuovi alimenti per soddisfare un bisogno mondiale sempre più vorace. Insetti, alimenti prodotti in provetta, cibo stampato in 3D, non possiamo sapere cosa mangeremo in futuro. In realtà non abbiamo un’idea del tutto chiara neppure di cosa mangiamo oggi: secondo uno studio della Commissione europea il 26% degli alimenti che compriamo al supermercato riporta almeno un’etichetta benessere (“meno grassi” o “pochi zuccheri”) spesso utilizzata in maniera ingannevole o a fini promozionali. Il vantaggio è nelle vendite, più che della nostra salute. Inoltre l’utilizzo massivo e spesso ingiustificato di antibiotici negli allevamenti intensivi di animali sta già causando la diffusione di “superbatteri”, resistenti agli antibiotici che contaminano i cibi e sono potenzialmente mortali per l’uomo. Piccoli passi in grandi direzioni si stanno facendo. Iniziamo dagli insetti. La Fao promuove da anni gli insetti come “proteina del domani”, una risposta efficace e a basso impatto ambientale al crescente bisogno di cibo conseguente all’aumento della popolazione terrestre e dal primo gennaio di quest’anno, grazie all’approvazione del nuovo regolamento europeo sui “novel food” sarà possibile anche in Italia vendere e commercializzare gli insetti commestibili per uso umano, come già avviene in Olanda e nel Regno Unito. C’è poi chi sta cercando un’alternativa nella carne sintetica. Il primo studio sulla sostenibilità del prodotto è del 2011: l’università di Oxford ha calcolato che una carne prodotta in vitro usando tecniche di ingegneria dei tessuti potrebbe essere un’alternativa più salutare rispetto a quella convenzionale. A parlare sono i numeri: in comparazione alla carne prodotta attualmente in Europa, quella in provetta consumerebbe dal 7 al 45% in meno di energia, taglierebbe le emissioni di CO2 fino al 96%, ridurrebbe del 99% l’uso di terreni e del 90% l’utilizzo di acqua. La prima degustazione televisiva di un hamburger nato in laboratorio è del 2013. La carne di manzo cucinata era stata fatta crescere a partire da un campione di tessuto muscolare prelevato da una mucca. Le cellule staminali sono state poi coltivate e tagliate in modo da formare filamenti, stratificati a formare un tessuto che avesse la consistenza della carne bovina. A guidare la ricerca Mark Post, professore di fisiologia presso l’Università di Maastricht nei Paesi Bassi. L’ostacolo più grande alla messa in commercio, al momento, è il prezzo: due etti di carne sintetica possono costare 250mila dollari. Inoltre in Europa mancano leggi che regolino e orientino il settore. Negli Stati Uniti le sperimentazioni per ottenere carne in laboratorio sono in stato più avanzato: l’azienda Impossible Foods ha creato un hamburger a base vegetale che ha le sembianze e il gusto della carne normale. Il segreto è estrarre l’eme, la parte dell’emoglobina che contiene il ferro, dalle piante e farlo fermentare. È l’eme, infatti, a donare alla carne la tipica consistenza e il colore rossastro. Quella di Impossible Foods non è propriamente carne, mentre gli hamburger di Memphis Meats, invece, altra startup statunitense che promette l’approdo sul mercato entro il 2021, vengono prodotti a partire da cellule animali mescolate con vitamine e minerali. Un procedimento simile a quello impiegato da Finless Foods per produrre il primo pesce in provetta. Una corsa all’oro motivata dalla voglia di spingere oltre le tecnologie umane, ma anche di promuovere un’alimentazione più rispettosa dell’ambiente e degli animali. Se la provetta non convince si può pensare alla stampante 3D, capace anche di produrre cibo. I primi esperimenti nel settore sono stati condotti dalla Nasa, per preparare cibi “spaziali” a lunga conservazione che fossero nutrienti e concentrati. Oggi il trend è guidato dall’azienda spagnola Foodini. In previsione, negozi e supermercati potrebbero tenere in magazzino le cartucce necessarie a stampare il cibo per anni, limitando allo stesso tempo lo spreco di cibo fresco, l’impiego di spazi e i trasporti. Essendo studiati in laboratorio, inoltre, i piatti 3D potrebbero offrire molte più scelte a chi soffre di allergie alimentari. Oggi questa tecnologia viene impiegata principalmente per decorare le portate in ristoranti concettuali e di alta fascia, anche perché il macchinario necessario costa circa quattromila euro. L’obiettivo è abbassare i prezzi di produzione per rendere la stampante alimentare un prodotto comune nelle cucine di tutto il mondo.

di Deborah Villarboito