Il Soul saluta la sua Regina

Aretha Louise Franklin non era solo voce. Era vitalità, forza creatrice, il Soul. Capace di trasformare cantando qualsiasi melodia in potenza ed emozione, sfido chiunque a negare di aver mai ballato, canticchiato o amato una sua sola canzone. Un’infanzia difficile l’ha temprata ma non piegata. La madre Barbara abbandonò lei e i fratelli quando aveva solo 6 anni e ad unire la famiglia rimase la musica. Lei più di tutti, cantando e suonando il pianoforte, emozionava i fedeli accorsi in massa alle prediche del padre, il famoso Reverendo C. L. Franklin. Intensa ma ancora priva di una sua personalità la ragazza fu in balia della vita e della sua stessa voce: a 16 anni era già madre di due bambini e a 19 sposò Ted White, marito violento che fu anche suo manager alla Columbia. Tante potenzialità sprecate nei primi cinque dischi, troppo pop per la sua enorme capacità espressiva che risultava come costretta, imitativa. Fu il passaggio all’Atlantic nel 1967 a regalare la vera Aretha Franlin al mondo, grazie all’intuito del suo discografico Jerry Wexler, che l’aiutò a scoprire il suo animo pienamente Soul. Il triennio 1967-‘70 fu un periodo dorato, non solo per i numerosi premi e riconoscimenti internazionali ma per la sua grinta e rabbia pubblica e privata mista ad amarezza e dolcezza, che si rifletteva nella sua voce. Diciassette Grammy Awards, più quattro alla carriera, la prima donna ad entrare nella Rock & Roll Hall of Fame nel 1987, una sessantina di dischi pubblicati, insignita nel 2005 della Medaglia presidenziale della libertà, sono solo parole se paragonate alla sua essenza. Stella eterna, sempre splendente, addirittura la Nasa le ha reso omaggio dedicandole l’asteroide ‘249516 Aretha’, del diametro di circa 4 chilometri che orbita oltre il pianeta rosso, per ricordare la regina del Soul, stella tra le stelle.

di Deborah Villarboito

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