Come funziona l’intelligence

Non facciamo l’errore di dare lo stesso significato a servizi segreti e intelligence. Non sono sinonimi. Benché sui media vengano usati proprio in questo modo. Se i primi sono le cosiddette agenzie operative e in Italia ce ne sono due, Aisi e Aise, l’intelligence ha il compito di analizzare, interpretare e produrre valutazioni su dati e informazioni che sono arrivati da tutto il mondo.
Nel 2007 il mondo dell’intelligence italiana ha subito una sorta di rivoluzione, con l’introduzione della legge 127. Fuori i militari dall’intelligence, in mano solo a civili (e a ex militari, in aspettativa). L’Ans, Agenzia nazionale per la sicurezza, si occupa di tutto. Al vertice c’è il presidente del Consiglio, che incontra frequentemente il Cisr, il Consiglio interministeriale per la sicurezza della repubblica. Il premier viene ‘sostituito’ da colui che presiede il ministero degli Interni. Il Dis, Dipartimento informazioni per la sicurezza, coordina l’intero sistema operativo dell’intelligence e gestisce i due rami dei servizi segreti: l’Aise (Agenzia per le informazioni e la sicurezza estera) e l’Aisi (per ciò che riguarda i confini nazionali). Sono queste che, dal 2007, hanno preso il posto di Sisde e Sismi.
Quando un’informazione arriva ai dipartimenti nazionali, viene classificata in quattro livelli di segretezza: riservato, riservatissimo, segreto e segretissimo. Niente a che vedere con un altro termine utilizzato spesso: segreto di Stato. Gli agenti dei servizi Aise e Aisi hanno garanzie funzionali che ne permettono la tutela in particolari fattispecie di reati: possono entrare in una casa e piazzare microspie anche senza l’autorizzazione del pubblico ministero, per esempio.
L’intelligence italiana funziona bene perché ha avuto già a che fare con il terrorismo, in particolare negli anni di piombo. Le agenzie italiane sono brave a scongiurare attentati su larga scala. Nei momenti di massima tensione l’intelligence ha un ruolo fondamentale. Ma se fa bene il suo lavoro, nessuno se ne accorge.
Come funziona il passaggio di informazioni a livello nazionale? Vengono fornite solo a chi ne ha bisogno. Se c’è il rischio di attentato in una caserma, vengono avvertiti solo i vertici militari presenti lì. Naturalmente, le informazioni che arrivano vengono prima valutate e analizzate da organi preposti. In base all’attendibilità, sono questi che decidono che livello di allerta ci deve essere. Insomma, Aise e Aisi stabiliscono il rischio di potenziali attentati in base ad alcuni criteri (video propagandistici sul web, attentati in altri Paesi amici).
Quando una bomba scoppia in una città, in realtà, l’intelligence fa poco. Tutto finisce nelle mani delle forze dell’ordine perché il compito delle agenzie è prevenire l’attentato. Esiste un coordinamento tra le intelligence dei vari Stati. C’è però da considerare la protezione che viene data ad alcuni infiltrati, che sarebbero bruciati se venissero divulgate informazioni riservate.
E ancora: l’intelligence ha quattro classificazioni, a seconda delle fonti dalle quali vuole ottenere informazioni. Humint (human intelligence), fornisce anche informazioni di pregnante valore controspionistico. L’esempio classico? Il terrorista che viene catturato e decide di collaborare. Sigint (signals intelligence), ossia la raccolta di informazioni attraverso le intercettazioni. È la più costosa ed efficace. Fra i tanti compiti c’è anche quello più tecnico dell’analisi dello spettro delle comunicazioni (localizzazione dei cellulari e interpretazione dei segnali dei radar). IMINT (imagery intelligence), ossia l’attività di raccolta di informazioni mediante l’analisi di fotografie aeree o satellitari. Osint (open source intelligence), cioè la raccolta di informazioni consultando fonti di pubblico accesso (web e giornali). È la meno costosa e anche quella che fornisce più informazioni. Un terrorista viene individuato attraverso Humint e Sigint.
L’intelligence è in grado di definire a priori quali sono i luoghi a maggior rischio di attentati: un evento sportivo in uno stadio con tantissima gente, per citarne uno. Ci sono però anche i soft target, numerosi luoghi di ritrovo più piccoli o meno popolati (persone sedute nei bistrot o in un ristorante). Questi ultimi creano maggiori paure nelle persone che si sentono meno difese.

di Alessandro Pignatelli

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