Isis: la macchina perfetta

Stato Islamico, Isis, Isil, Daesh. Molti nomi di un’unica organizzazione ben studiata che ha cambiato la storia del terrorismo facendo su a l’arte della comunicazione. In questa frase che ho appena scritto alcune parole possono stridere pensando alla quantità di vittime e alla crudeltà legata a questa. Ho scelto la parola organizzazione perchè effettivamente è una macchina perfetta che agisce a livello mondiale con pochi intoppi e tanti emulatori. dalla presa di Mosul, nell’estate del 2014, fino alle più recenti operazioni in Siria, abbiamo assistito allo spettacolo cruento di gole tagliate, di esseri umani bruciati vivi. Nonché ai proclami del califfo, al-Baghdadi, subendo, per lo più passivamente, i messaggi che l’Isis ha inviato al nemico occidentale. Buoni complici e veicoli sono stati i media europei e statunitensi, ritrovatisi cassa di risonanza per amplificazione di minacce e reputazione terribile. La propaganda islamica si plasma sulle esigenze del suo pubblico. Ciò che arriva a noi è solo la superficie di un iceberg ben più complesso. A partire dalla dimensione locale, l’intento della comunicazione attraverso radio, pamphlet, volantini, è quello di avvicinare un pubblico non social, raggiungibile anche con un semplice comizio di piazza. È una tecnica comunicativa che funziona in realtà geografiche limitrofe a quelle occupate dai jihadisti. Il messaggio di questa propaganda è del tutto diverso rispetto a quello cui siamo abituati: l’Isis garantisce ai futuri proseliti efficienza, quella stessa efficienza che un cittadino si aspetta dallo Stato e lo fa in Stati dove lo Stato non c’è. La dimensione successiva è quella regionale: l’Isis estende il suo messaggio oltre i propri confini territoriali, anche in paesi non musulmani. In questa estensione, un ruolo importante è giocato dai social, che fungono da cassa: brevi video montati con tecniche raffinate da professionista, veicolano l’immagine di uno Stato sicuro e affidabile in cui i combattenti garantiscono risposte alle necessità della popolazione. Diffuso su scala regionale, questo genere di concetto, in cui ritorna l’obiettivo primario dell’Isis, cioè essere percepito come uno Stato a tutti gli effetti, ha il fine di invitare ad aderire all’Isis non solo per combattere, ma soprattutto per fornire la propria professionalità. I jihadisti cercano, infatti, medici, ingegneri, esperti di marketing e comunicazione. Non è da sottovalutare, in questa categoria comunicativa, il messaggio religioso che intendono trasmettere ai fedeli che vivono in Paesi laici: la rinuncia all’alcool e il rispetto di tutte le pratiche religiose non è sufficiente per essere buoni musulmani; è necessario abitare in un territorio che viva l’Islam come unica religione. Un terzo gradino è quello della dimensione globale, la più conosciuta e diffusa: quella dei tagliagole e dei kamikaze. Quella terrificante che intimorisce l’Occidente. In più, il genere di video proposto ai media occidentali, oltre ad accrescere quest’idea di crudeltà insensata e barbara, distoglie l’attenzione dal proselitismo sottile che lo Stato Islamico compie. Quanto più ampia è la visibilità che filmati cruenti hanno, tanto più l’offerta di nuovo materiale simile arriva dai terroristi. È una macchina che si autoalimenta. La loro abilità sta proprio nel sapersi adattare alla domanda del consumatore che, su scala globale, è rappresentato dall’Occidente. La sofisticatezza della strategia comunicativa jihadista non lascia nulla al caso. Fino a ora si è parlato di adattamento al pubblico di riferimento senza alcuna connotazione di genere. L’Isis ha pensato anche a differenziare il suo messaggio per rivolgersi alle donne. La propaganda femminile, del tutto sottovalutata nell’analisi del fenomeno jihadista, è strutturata quanto tutto l’intero impianto comunicativo: si rivolge a donne musulmane, senza però presentarle come figure sottomesse alla volontà maschile. Anzi. Il loro compito è realizzarsi come donne nella comunità di appartenenza, sposare un uomo valoroso all’interno dei territori dello Stato Islamico e allevare i futuri combattenti. Il vero terrore è che la violenza è programmata con intelligenza e non solo con l’emotività e il trasporto disorganizzato d’odio. È una macchina quasi perfetta.

di Deborah Villarboito

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