Lucia Goracci: Vi racconto il “mio” terrorismo

Quello del terrorismo è senz’altro un tema spinoso e articolato in cui ci si può perdere in fraintendimenti, ‘fake news’, luoghi comuni, emotività. La giornalista Lucia Goracci chiarisce alcuni punti grazie alla sue esperienza da inviata di guerra. Laureata in scienze politiche presso la LUISS di Roma, è entrata in Rai nel 1995 e ora lavora a Rai News 24. Ha viaggiato in Africa, Europa, Siria, Iraq, Afghanistan, Israele e territori palestinesi durante la guerra di Gaza (2008-2009), Iran con proteste dell’Onda Verde del 2009, Haiti per il terremoto 2010, Libia durante le rivolte anti-Gheddafi del 2011, America Latina, India, Egitto e nel resto del Medio Oriente e in questi anni si è occupata delle ultime guerre mediorientali, tra cui Gaza, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e i vari fronti della guerra allo stato islamico, sempre in prima linea tanto che a Kobane, era presente durante l’assedio dell’Isis. Ha ricevuto, tra gli altri, i premi giornalistici Antonio Russo (2008), Ilaria Alpi (2011), Luigi Barzini (2012) e Cutuli (2013).

1) Che cos’è per Lei il terrorismo?
Nella versione dominante in questi ultimi anni terrorismo significa togliersi la vita per ucciderne il più possibile. Quindi diciamo che quello che stiamo testimoniando negli ultimi tempi è soprattutto un terrorismo kamikaze, che ne accresce l’aspetto letale,perchè è comunque un approccio ideologico al quale non siamo tutti pronti. La nostra cultura per esempio, di matrice Cristiana, apparentemente non ha questa questo tipo di modalità. Soprattutto terrorismo è colpire tra i civili; non c’è possibilità di accreditare in nessun altra forma di guerriglia armata o resistenza quello che è semplicemente il terrore per il terrore. Il terrorismo, secondo me, è quell’uccidere il più possibile la popolazione civile anche a costo di togliersi la vita per, e questo è un altro elemento secondo me tipico dei tempi contemporanei, creare una paura che sia con soprattutto cesura che sia diffidenza, sospetto e anche conflitto di civiltà, perché poi il fine ultimo del terrorismo, soprattutto quello islamico che conosco direttamente, punta proprio al conflitto di civiltà.

2) Quanti tipi di terrorismo esistono attualmente?
Il terrorismo nella sua definizione metodologica è solo quello che ho appena detto. È il killeraggio indiscriminato del numero più elevato possibile di persone non combattenti. Questa secondo me è l’unica forma di terrorismo che mi viene in mente. Mentre c’è la possibilità di determinare diverse gradazioni del terrorismo. È comunque la peggiore espressione dell’odio dell’umanità.

3) C’è stata un’evoluzione nel modo di agire negli anni?
Il terrorismo di questi ultimi tempi è quello kamikaze. Sicuramente il terrore è anche qualcosa di mediatico. Certamente il linguaggio che attraverso i social l’Isis ha comunicato è qualcosa di nuovo. Basti pensare alla differenza anche con un’altra ‘sigla’ del jihadismo globale, quello di Al Qaeda. L’attentato alle Torri Gemelle del 2001, ci fece conoscere gli attentatori soltanto dopo che l’attentato fu commesso, con delle foto, venute alla luce attraverso inchieste giornalistiche che risalirono ai loro nomi. L’Isis invece fa una grancassa del suo terrorismo. Fu introdotta per la prima volta da Al Zarqawi questa modalità contro il povero ostaggio americano Berg, a cui prima avevano messo la tuta di Guantanamo addosso e poi fu decapitato sotto l’occhio spietato di una telecamera che non risparmiò dettagli macabri e violenti. Una nuova modalità che non sembra avere confini possibili. Mi vengono in mente i poveri Copti fatti inginocchiare sulle rive del Mediterraneo in Libia e barbaramente massacrati e il pilota giordano fatto bruciare dentro ad una gabbia sotto gli occhi delle telecamere, che lo hanno poi riversato sui social. Questa comunicazione del terrore ti fa terrore perché in qualche modo in tutti i luoghi che ho visitato, fronti di guerra all’Isis, mi è stato detto che la fuga di chi poteva combattere contro l’Isis è arrivata ancora prima che la stessa entrasse nelle città e che probabilmente avrebbero benissimo potuto sconfiggere quelle poche unità dell’Isis. Non lo fecero perché quei video avevano in qualche modo seminato terrore, panico e quindi appunto quasi rappresentato in maniera amplificata, quello che ne era il potenziale militare effettivo.

4) Esiste una differenza tra il terrorismo il Europa e quello il Medio-oriente?
Sicuramente in Medio-oriente ci sono molti più attacchi. La prima differenza che mi viene in mente è che, in Medio Oriente si tende a colpire lo Stato, quindi un terrorismo che spesso prende di mira la polizia e l’esercito, pensiamo all’Iraq. In Europa, ad esempio con gli attentati tremendi di Parigi, si tende a colpire la società aperta, la complessità del nostro mondo rispetto invece a dettami che vorrebbero stare nel mondo contemporaneo, ma che sono improntate sulla separazione, al conflitto tra civilizzazioni. Quindi da una parte si colpisce soprattutto lo Stato per indebolirlo mentre invece nei nostri luoghi e Parigi è emblematica: non furono presi di mira gli obiettivi del turismo, ma i luoghi dei parigini e il più quelle che erano le abitudini, quindi le caffetterie, il concerto, i posti dove si concentra la vita occidentale. Quando mi ritrovai nelle prigioni dell’Isis a Palmira trovai, dentro queste segrete appena riconquistate, un volantino che inneggiava proprio agli attentati di Parigi e si riferiva al presidente francese come ad un corruttore di costumi. Si vuole colpire quindi lo stare insieme, l’integrazione. Ne è l’esempio quanto successo nel gennaio 2015, durante l’attacco a Charlie Hedbo: il commando ha finito a sangue freddo il povero poliziotto di origini magrebine che aveva implorato pietà, ferito, in lingua araba.

6) Pensa che esista, a livello di pubblico interesse, per vittime e gravità, un terrorismo di serie A e uno di serie B?
Assolutamente sì. Penso anche che sia umanamente se non giustificabile, comprensibile. La nostra empatia è ovviamente fatta cerchi concentrici che colpiscono vicino a noi e noi. Non dimentichiamoci che tanto Berlino quanto a Parigi furono colpite delle nostre connazionali. Se colpiscono noi o comunque il nostro mondo ne siamo più sconvolti, mentre se colpiscono in Medio Oriente evidentemente è un’altra strage. Qui ci sono due elementi che subentrano. Un aspetto è quello che ad esempio mette in risalto Medici senza Frontiere e che ogni anno evidenzia con il suo rapporto sulle crisi dimenticate: quando un conflitto si cronicizza evidentemente ci si fa l’abitudine e lo si dimentica. Dall’altra parte la vicinanza tanto geografica quanto in qualche modo emozionale: tanto si è più contigui al luogo di un attentato, tanto più lo si piange. Non dico che ci siano vittime di serie A e vittime di serie B, ma c’è sicuramente un grado di commozione differente.

7) Come combattere il terrorismo?
Ci sono vari livelli. Sicuramente quello militare è fondamentale per sradicare l’Isis da quel territorio, che dal suo apice è grande come la Gran Bretagna, tra la Siria e l’Iraq, che era stato conquistato tra il 2014 e il 2015. E’ stato essenziale, perchè che lo si voglia o no, quando si ricorre a degli attributi come ‘sedicente Stato islamico’, ‘autoproclamato Stato islamico’, c’è una cautela lessicale che secondo me diventa proprio questo: il tentativo di ridimensionare il fenomeno che l’Isis è stato. La sconfitta militare è il punto di partenza ma non quello di arrivo, poiché non si sono rimosse le cause del successo politico dell’Isise in particolar modo quel profondo risentimento, quel senso anti-stato che quelle popolazioni avevano nutrito negli anni. In un Paese come l’Iraq, ad esempio, dove nel 2003 si è rovesciato Saddam ma non è stato poi possibile, anche per negligenza degli americani, costruire uno stato alternativo a quel regime. Penso un bambino che aveva tre anni l’anno in cui è stato rovesciato Saddam e oggi ne ha 18 e in certe parti dell’Iraq non ha mai conosciuto un giorno di vita normale. Purtroppo però le lezioni del passato non siamo in grado di apprenderle e la storia si ripete. Mosul è quasi completamente distrutta e i cadaveri dei bombardamenti, anche e soprattutto civili, sono ancora lì a consumarsi in una lenta putrefazione sotto le macerie. Idem Raqqa. Mantenere nel sottosviluppo nell’arretramento queste popolazioni significa creare le premesse perché l’Isis torni a piantare radici in quelle realtà e comunità, purtroppo però, questa è una lezione che non è stata appresa abbastanza.

8) C’è un legame effettivo tra terrorismo e immigrazione?
Molti di coloro che scappano, scappano dal terrore, non ce lo dimentichiamo questo. Molte popolazioni, soprattutto tra i siriani e poi a seguirli gli afghani, gli iracheni, che attraversarono l’Europa in quel l’esodo epico che fu la fuga lungo i Balcani attraverso le isole greche sull’Egeo dalla Turchia, fuggivano dal terrore. Chi fugge è per lo più vittima del terrore. Sì, ci sono episodi in cui sicuramente gli attentatori si sono mescolati a questi profughi, ma sono l’eccezione che non fa la statistica. Le immigrazioni sono spinte dal terrore, soprattutto un terrore protratto, senza rimedio. Nel 2015 la Siria aveva conosciuto ormai quattro anni di guerra, di bombardamenti indiscriminati di Assad, e poi infine quel caos causato anche in parte negli ultimi anni dall’Isis. Rendono l’idea i versi di ‘Casa’ della scrittrice britannica di origini somale Warsan Shire: ‘Nessuno mette i figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra’.

9) Quanto influiscono i mass media e i social network nella diffusione del terrore?
In un momento iniziale è stato difficile gestire il terrore mediatico che l’Isis aveva scatenato. Mi ricordo la scelta che fece l’allora mio direttore di Rai News Monica Maggioni, di smettere di trasmettere questi video perché ne veniva poi alla fine anche involontariamente amplificato l’effetto, scelta che peraltro altri network, come le televisioni francesi, nello stesso periodo avevano maturato. Occorre sempre utilizzare il linguaggio mediatico del terrorismo con estrema cautela, onde evitare che si finisca a fare da cassa di risonanza. Diverso è mostrare gli effetti del terrore che possono muovere le coscienze.

10) Una corretta informazione potrebbe togliere potere al terrorismo?
Sì assolutamente depotenziarlo se non distruggerlo, facendo riferimento proprio alla formula che utilizzò Obama per la sua guerra all’Isis. Il suo progetto era quello di depotenziare e infine distruggere lo Stato islamico. Ecco noi possiamo semmai depotenziarlo proprio mantenendoci presenti nei luoghi dove il terrorismo colpisce. L’informazione sull’Iraq ha avuto l’andatura di un fiume carsico, prima c’era poi non c’era e poi c’è stata di nuovo. L’informazione è presente soltanto quando le crisi raggiungono il loro apice, invece occorre sempre continuare ad essere presenti, anche per tenere i riflettori accesi sulle crisi dimenticate che sono laboratorio ideale dell’azione del terrorismo. Non è un caso che il terrorismo, finendo a prenderci ostaggi, ci coinvolga e ci consideri parte in causa proprio perché una corretta informazione, può essere uno degli strumenti per contrastarlo. Raccontando le vittime del terrorismo ma anche quei luoghi dopo che il terrorismo è stato apparentemente sconfitto e che rimangono sempre luoghi dove occorre ricostruire e offrire un futuro diverso in modo tale che le sirene del terrore non risultino per quelle popolazioni soprattutto nella loro componente più giovane, delle alternative credibili. Il terrorismo non deve essere mai un’alternativa credibile.

di Deborah Villarboito

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