Mariafelicia Carraturo: quando toccare il fondo porta alle stelle

30 Agosto 2018 0 Di il cosmo

Non sempre per raggiungere le stelle è necessario andare in alto. Le soddisfazioni possono arrivare anche toccando il fondo. Questo è uno degli insegnamenti che Mariafelicia Carraturo ci può dare. Napoletana verace, in questi giorni è entrata di diritto nella storia dello sport italiano, e non solo, facendo suo il record del mondo CMAS di apnea in assetto variabile con la monopinna scendendo ad una profondità di -115 mt in 3’04” e sopportando sul suo corpo una pressione di quasi 13 atmosfere. Nelle acque di Sharm el Sheikh, sogna e fa sognare insegnando che nello sport l’età può essere un fattore relativo. A 48 anni con due figli, ha anche battuto il record di atleta italiana più adulta ad avere mai omologato un primato mondiale. Una bella storia quella di questa atleta che ha tanto da insegnare su come si vivono i sogni, esiti sempre delle più grandi passioni.

Quando ha iniziato a praticare apnea e come ha scoperto la sua passione?
Ho cominciato a praticare l’apnea del 2006, facendo un semplice corso, al quale mi aveva portato mio fratello che è un pescatore in apnea autodidatta e voleva quindi fare un corso per imparare altre tecniche, la respirazione ecc…Mi chiese se volessi farlo anche io. Durante il corso risultai la più brava, ma in realtà io facevo altro: nuotavo, avevo un gruppo di nuoto master, insomma, non ero convinta di fare gare. Poi l’istruttore mi ha spinto dicendomi che ero brava e dotata e che se avessi voluto continuare mi avrebbe fatto partecipare a qualche garetta e ho cominciato subito a distinguermi in piscina ma in realtà la mia passione era il mare e quindi ho cominciato a fare tutti i fondi a mare e le mie quote si avvicinavano molto a quelle che erano ad allora i record italiani femminili. Un’apneista forte mi notò e mi disse : “Guarda tu scendi con le doppie pinne, devi comprare la monopinna e ti puoi avvicinare a fare i mondiali perché sei un atleta già da record italiano”.

Cosa le piace di più del suo sport?
Mi porta a contatto con luoghi bellissimi, la natura ed il mare, oltretutto io sono napoletana quindi il mare ce l’ho nel sangue. In qualche modo però, grazie all’apnea, ho ricominciato a viaggiare, che era una cosa che facevo molto da ragazza. Viaggiare in assoluto libertà e semplicità perché comunque lo sport è un ottimo livellatore sociale che ti mette a contatto con persone di qualsiasi provenienza economica e del mondo con lingue e culture diverse. Questa è una cosa bellissima. In me questo sport ha riacceso la passione per i viaggi e l’amore sia che ho per la natura sia per il contatto con persone diverse. A me piace l’internazionalità, mi piace stare in contatto con chi vive in maniera diversa, parla in modo diverso da me e trovo che tutto questo sia cultura.

Che emozione è aver battuto il record del mondo?
È normale che io sia molto emozionata per questo record del mondo, un po’ perché sono orgogliosa di me, veramente l’ho voluto con tutte le mie forze, mi sono sacrificata moltissimo, ho dedicato sempre ad altri vittorie e record precedenti, questo record, per la prima volta, lo dedico interamente a me. Penso di essere stata veramente brava e quello che mi piace è che non mi sono fatta fermare da quelle che sono le convinzioni sociali, famigliari. Ho comunque perseguito con tutte le mie forze e tutta la volontà possibile il mio sogno, perchè se avessi dovuto dar retta agli altri io mi sarei fermata, se mi fossi lasciata condizionare sicuramente ora non sarei sul tetto del mondo. Però mi sono resa conto con l’età e la maturità che trovi più persone che ti spingono a non fare che a fare, però le persone che ti dicono ”non lo puoi fare” non stanno parlando del mio limite ma stanno parlando del loro e una volta che mi è divenuto chiaro questo le voci degli altri sono rimaste ronzio, un fastidioso ronzio nelle orecchie.

Mi faccia un elenco delle sue performance più importanti. Quale è stata quella più bella?
Nel 2011 ho partecipato al mio primo mondiale e li mi sono classificata ottava in una disciplina e sesta in un’altra facendo il record italiano in free immersion, disciplina in cui l’atleta si tira a braccia lungo il cavo e poi risale a braccia. Nel 2011 ero a Calamata in Grecia. Nel 2010 alle Bahamas ho partecipato a Vertical Blue che è una gara a respiro mondiale, lì ho fatto record italiano in assetto costante, cioè significa discesa con la monopinna e risalita con la stessa a 79 metri, questo è il record che ancora ho nel cuore perché è stata una esperienza fortissima stare un mese così lontana alle Bahamas. Era la prima volta che stavo per così tanto tempo lontano dalle mie figlie, quindi questo record mi è particolarmente caro. Sempre nel 2012 prima delle Bahamas avevo fatto un altro record, ad Ischia, sempre in assetto costante. Poi nel 2015 mi sono avvicinata alle pratiche estreme del profondismo, che sono quello con la slitta, ossia, si scende con questo “aggeggio” che si chiama slitta e si risale in due modi, o con un un pallone di sollevamento che si chiama “No limits”, o nuotando con la monopinna, o con le due pinne ed è la disciplina in cui ho fatto il record del mondo. Nel 2015 ho fatto tre record italiani, due in ‘no limits’, ed uno in variabile, ovviamente gli ho nel cuore perché sono i record che mi hanno aperto la strada verso il record attuale. Sicuramente alla mia età raggiungere questi record è una sensazione indescrivibile e soprattutto per il messaggio positivo che vorrei riuscire a mandare i tutti di seguire con tutte le proprie forze i propri sogni e di essere felici. Non si è felici per quello che si ha ma per quello che si fa.

Quale è il segreto per mantenere l’equilibrio tra la vita da atleta e quella da mamma?
Il segreto è fare tutto con naturalezza ma con decisione e caparbietà. sicuramente è stato difficile e ho preparato questo record in due anni. Allenarsi 4, 5 ore al giorno avendo due ragazzi da portare avanti non è facile, ma comunque non mi posso lamentare, perché pur facendo una cosa faticosa è una cosa che mi piace e quindi fondamentalmente non mi voglio lamentare. Certo, i miei figli mi mancano quando faccio le trasferte però sono grandi e sono maturi, non è la quantità di tempo che si dedica ai figli ma è la qualità. Comunque io sono dedita a loro tutto l’anno, costantemente, solo nel momento delle performance mi devo allontanare e recarmi in questi mari dove vi è il mio team che mi segue e che per me è importante per la sicurezza. Il compito di una mamma è anche lasciarli camminare da soli e quindi magari riesco a trovare anche il lato positivo. Sicuramente è una cosa faticosa, io passo molte ore a fare non solo un allenamento fisico per rafforzare le gambe, quindi palestra, piscina e campo di atletica ma anche respirazione, elasticità della gabbia toracica, del diaframma e poi controllo del cavo orofaringeo, per il controllo della compensazione, quindi, lingua, guance, palato molle, glottide, tutti elementi che mi servono per andare così in fondo.

A cosa pensa solitamente nella discesa?
Durante la discesa in realtà cerco di non pensare, è una sorta di meditazione, e solo focalizzata sul momento presente, ‘il qui ed ora’. Questo significa che non è che mi estraneo totalmente al tuffo, scendendo ad esempio ad occhi chiusi, però mentre scendo sono molto attenta a compensare le orecchie. A 115 metri ho quasi 13 bar di pressione sul mio corpo e la velocità della slitta con cui scendo è enorme quindi una minima distrazione mi può causare un danno alle orecchie, perforare i timpani e far fallire la mia prova, quindi sono focalizzata su ‘qui ed ora’, su quello che sto facendo, sulla gestione dell’aria che ho in bocca, per creare una situazione perfetta. Nel momento in cui tocco il piattello per me il tuffo è fatto, nel senso che la parte più difficile per me è la discesa, quindi mi sale l’adrenalina e penso di avercela fatta. La risalita, nonostante sia una risalita che faccio nuotando con la monopinna e che impegna fisicamente il corpo, quando ho già alle spalle in viaggio di andata, quindi già un apnea iniziata e quindi teoricamente molto faticosa, nonostante questo, mi sale l’adrenalina, sono felice e molto spesso mi viene un sorriso spontaneo e penso di tornare a rinascere quando respiro per la prima volta quando riemergo e quindi si, sono molto concentrata.

Quali sono le qualità che si devono avere per praticare apnea?
Sicuramente l’acquaticità, è ovvio, bisogna stare in mare, per lo meno avere una certa famigliarità con l’acqua. Poi l’apnea è uno sport che può praticare chiunque, è uno sport con se stessi, quindi non è che bisogna fare per forza record per fare apnea. Apnea si può fare anche facendo dei tuffetti a 5, 6 metri nei nostri mari guardando le poseidonie, gli scogli , i pesciolini , i polpetti. È ovvio che il limite è con se stessi, quindi chiunque abbia una certa capacità per rilassarsi e compensare le orecchie e avere un minimo di conoscenza base può andare sott’acqua. Per fare quello che faccio io bisogna avere una profonda conoscenza di se stessi, di stare bene con se stessi, amare i momenti di silenzio, amare i momenti di solitudine, avere capacità di concentrazione e rilassamento. L’acqua deve accogliere l’atleta, io mi devo sentire accolta dal mare, non devo opporre resistenza, devo lasciarmi prendere dal mare, lasciarmi schiacciare, quella pressione deve essere morbida, quindi è un totale abbandono al mare, quindi secondo me le qualità mentali sono di gran lunga più importanti rispetto a quelle fisiche anche se l’impegno fisico non posso nascondere che ci sia, perché io devo nuotare e risalire da 115 metri.

Come vede la diffusione di questo sport in Italia?
L’apnea si sta abbastanza diffondendo. In realtà è strano che non sia poi così diffusa come dovrebbe essere in un paese come l’Italia, esteso nel mare, e che ha praticamente tre lati sul mare e due isole grandissime. Si pratica molto la pesca in apnea, l’uomo è cacciatore e ci sono molti pescatori. Di apneisti ve ne sono molto meno, rispetto a paesi circondati dalla terraferma. Il problema reale sono i costi. Infatti, oltre a certe quote, quando si superano i 40 metri c’è bisogna di assistenza e sistema di sicurezza e tutto questo costa. Non è uno sport dove girano moltissimi soldi ma se una persona lo vuole fare a certi livelli ha necessitò di essere sostenuto, altrimenti non lo si può fare a meno che non si abbiano delle possibilità proprie.

C’è un’età giusta per iniziare?
In realtà non c’è una età giusta, nel senso che ovviamente, iniziare a 50 anni è più difficile che iniziarlo da giovani. Io ho iniziato tardi: a 41 anni ho fatto il mio primo mondiale e il primo record italiano, il record mondiale l’ho fatto a 48 anni ma sono sicuramente una mosca bianca e sono orgogliosa di esserlo. Per farlo a livello amatoriale si può iniziare a qualsiasi età perché tanto non bisogna confrontarsi con gli altri. Il limite è con se stessi e quindi già è una soddisfazione superare il proprio limite. Certo, la gioventù paga sempre, cominciare da giovani è sicuramente una cosa che paga, è un elemento in più . Anche se vi è una componente di irruenza giovanile che nell’apnea non sempre, tolte poche eccezioni di pochi giovani realmente talentuosi, paga. Io ho giocato bene le carte con la mia maturità e con il lato tranquillo, meticoloso e meditabondo che è in me.

Come avvicinare i giovani a questo sport?
Semplice, portate la mare i ragazzi, comprategli maschere e pinne e ditegli che la sotto c’è un mondo fantastico, bello scoprire. Poi se lo si vuole fare con consapevolezza ci sono corsi di apnea, perché è bene sapere i rischi dell’andare sott’acqua. È bene conoscere il corpo umano e cosa succede ad un certa pressione e compensare le orecchie, tutte cose che si imparano nei corsi, però soprattutto il primo input è portarli al mare con la maschera e fargli fare un po’ di snorkeling e fargli comprendere che sott’acqua c’è un mondo da scoprire e che quando si inizia a scendervi, quella sensazione di quel silenzio assordante che il mare ti regala fa scattare la passione e anche un giovane può diventare un campione.

Cosa direbbe per convincere un giovane a praticare?
Io, ad un giovane, direi che è il modo migliore per conoscersi, per crescere, per maturare, non so se un giovane potrebbe capire queste cose. O forse lo porterei direttamente al mare a provare, perché nel momento in cui ti scatta l’amore per la profondità è poi difficile abbandonarlo e quindi forse il primo modo per avvicinare un giovane è fargli vedere le meraviglie che ci sono sott’acqua, anche il silenzio, quella sensazione, come di volare, di essere quasi senza gravità, di essere libero nei movimenti. Questi sarebbero i ganci che userei per attrarre un giovane.

Quali sono i suoi progetti sportivi futuri?
Io ho sempre molti progetti in testa però sono talmente presa da questo record. Sicuramente in allenamento sono andata già più profonda dell’obbiettivo raggiunto per cui chissà, un domani , magari ci riprovo ma “Insciallà” come dicono qua a Sharm el Sheikh, ancora non lo so.

di Deborah Villarboito