“Cavie” di Chuck Palahniuk

«Lasciatelo stare se avete lo stomaco debole». Così lo scrittore italiano Niccolò Ammaniti parla del collega statunitense Chuck Palahniuk. Un consiglio valido per tutte le sue opere, ma forse probabilmente adatto a “Cavie”. È difficile inquadrare quest’opera in un genere: le tinte si avvicinano all’horror, dunque potrebbe forse essere definito bizzarramente un “horror sociologico”. Tema centrale del libro, infatti, è quello della ricerca di fama e visibilità mediatica e degli estremi a cui si è disposti a ricorrere per raggiungerle. Anche la forma è piuttosto singolare, anche se non unica: una raccolta di singoli racconti che si fondono armoniosamente a creare un unico romanzo.

La vicenda si sviluppa a partire da un annuncio che appare in città: si parla di un ritiro di tre mesi per aspiranti scrittori. I partecipanti potranno trascorrere questo lasso di tempo in un ambiente isolato dal resto del mondo per potersi dedicare a tempo pieno e senza distrazioni alla stesura del proprio capolavoro. I protagonisti si troveranno quindi in un vecchio teatro, da cui non c’è possibilità di uscire. La situazione, inizialmente, sembra comunque sotto controllo: per esempio, c’è una grande quantità di cibo a lunga conservazione per la loro permanenza. Ma è destinata a degenerare per vie inaspettate.

Mentre i protagonisti, rinchiusi nel vecchio teatro, non possono vedere la luce del sole, il misterioso narratore apre finestre sulle loro vite. La Direttrice Negazione, lo Chef Assassino, Lady Barbona e altri personaggi surreali e al tempo stesso inquietantemente concreti si muovono sulle scene, guidati dalla geniale “regia” di Palahniuk. L’autore sviscera i suoi personaggi senza pietà, portando alla luce i loro segreti più reconditi che li rendono spaventosi e al tempo stesso realistici.

Forse la più disturbante creazione di Palahniuk, consigliata solo per quei lettori che non hanno paura di un’esplorazione estremamente cruda e brutale di ciò che alberga nell’animo umano.

di Fabiana Bianchi

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