La filosofia della banalità

Spesso si ritiene che per fare opinione servano argomenti di nicchia espressi possibilmente in gergo aulico o con toni forbiti. Niente di ciò, a mio avviso, è più sbagliato e ne ho avuto la conferma proprio nei giorni scorsi dopo aver visto ben due film al cinema causa pioggia. Non avevo voglia di pellicole impegnate (non che se ne trovino in giro ultimamente) così io e la mia amica ci siamo buttate sulla classica commedia americana e sul lungometraggio per bambini. Non vi farò la recensione di “Come ti divento bella” e de “Il ritorno al bosco dei 100 acri”, ma penso che dietro a due film futili in apparenza, siano nascosti due grandi messaggi in grado di far davvero riflettere. Nel primo caso troviamo Renée, alias Amy Shumer, donna comune in leggero sovrappeso alla disperata ricerca della propria affermazione come sex symbol; nel secondo, Christopher Robin (Ewan McGregor) ormai adulto e ossessionato dal proprio lavoro tanto da aver dimenticato il suo miglior amico Winnie The Pooh. Il personaggio della Shuman porta l’universo femminile a fare i conti con la propria emancipazione dal maschio alfa, una emancipazione che non viene vista dapprima con la bravura, ma con l’apparenza estremizzata all’ennesima potenza. Solo le donne belle ce la fanno in questo mondo e possono ottenere tutto quello che vogliono; un mantra che porta la donna comune a sprofondare in una grande disperazione e in un enorme senso di inadeguatezza fino a non farle rendere conto di quanto ognuno sia speciale e possa fare la differenza al di là della taglia che indossa. Christopher Robin 2.0, invece, rappresenta ciascuno di noi, così preso dal lavoro e dalla carriera da sacrificare famiglia e vita privata per un domani in cui l’oggi assume uno scarso significato. E’ il “dolce far niente” a salvare l’esistenza, quel “niente” che ci accompagna per tutta l’infanzia e che sparisce man mano che arrivano i compiti. In fondo, il concetto è semplice: non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere.

di Michela Trada

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