Scuola, ieri e oggi: quello che manca e’ l’individualita’

“La differenza potrebbe farla la personalizzazione. Si dovrebbe smettere di rivolgersi agli studenti con un’offerta formativa che non contiene momenti individuali e cuciti ‘su misura’ dei ragazzi, in base alle loro lacune e ai loro interessi”.
Lorenzina Opezzo è stata insegnante a partire dai primi anni ‘70, “quando ancora le risorse destinate alla scuola permettevano percorsi didattici di qualità, che non si fermavano solo al programma di studio ‘standard’, ma che includevano laboratori e lezioni extra utili a formare il ragazzo non solo in qualità di studente ma di individuo che va aiutato a prepararsi alla vita”.
Furono proprio gli anni ‘70 e ‘80 quelli in cui agli Istituti venne proposto il tempo prolungato: “Un servizio che non veniva visto come un ‘parcheggio’ per quei ragazzi che, altrimenti, sarebbero stati senza impegni, ma come un’opportunità in più per creare momenti di condivisione e di nuove relazioni: non solo tra gli studenti ma anche tra gli insegnanti stessi. Si creavano progetti, si studiavano le offerte insieme ai ragazzi: dal come lavorare a un testo, in base alle difficoltà di ognuno, ai laboratori di teatro. Le offerte erano molte e diversificate, l’orientamento non era solo informativo ma formativo: si lavorava con la classe per ottenere non solo alunni con buoni risultati scolastici ma anche ragazzi con una buona consapevolezza del sé, delle proprie capacità, della propria autonomia lavorativa. Forse – dice Lorenzina – è proprio in questo che la scuola italiana si è un po’ persa: nella possibilità di dedicarsi agli alunni non solo sulla loro formazione scolastica ma anche quella personale”.
La causa di tutto ciò “non è da ricercare negli insegnanti stessi: mancano le risorse, questa è l’unica causa. Ogni lavoro, che sia intellettuale o manuale, va gratificato e la gratificazione passa anche attraverso la retribuzione economica: non si può pretendere che un docente si faccia bastare la passione per il proprio lavoro per dedicare ore della propria vita ad attività extra. Ci sono già molti insegnanti che lo fanno, per scelta personale, ma se vogliamo che le cose cambino dovrebbe essere un modello presente in tutte le scuole, per tutti gli insegnanti e per tutti i ragazzi”.
Non solo. Perché “i ragazzi non vanno sottovalutati e questo, probabilmente, è un altro dettaglio che va a influenzare sull’autostima degli alunni e, quindi, le loro capacità scolastiche: si tende a credere, ad esempio, che non si possa insegnare il latino nelle scuole medie ma tutto dipende da come si impostano i percorsi di insegnamento. Smettiamola di trattare gli adolescenti come se fossero incapaci, è fondamentale impegnarsi affinché si trovino percorsi adatti e metodi giusti: i ragazzi hanno più capacità di quelle che crediamo”.

di Sabrina Falanga

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