Scuola: totem e tabù di un’istituzione. Il maestro Alex Corlazzoli fa il punto

Scuola: totem e tabù di un’istituzione. Il maestro Alex Corlazzoli fa il punto

6 Settembre 2018 0 Di il cosmo

Molteplici sono i totem e i tabù della scuola italiana. Un sistema dai molti problemi che vanno dalla gestione alla qualità, dall’aggiornamento per stare al passo con una società in continua evoluzione alla croce delle strutture non sicure. Per capire questo mondo nel mondo Alex Corlazzoli ci fornisce qualche chiave di lettura. Giornalista e maestro si è ‘fatto le ossa’ tra i ragazzini dei quartieri più difficili a Palermo e con i viaggi in Mozambico, Senegal, Kenya, Marocco, Palestina, Siria, Giordania, Libano, India, Brasile, Albania, Romania e molti altri. Dieci anni di volontariato in carcere e l’esperienza nei campi nomadi a Firenze, la lotta alla mafia fatta anche al Nord sono nel suo curriculum. Ha collaborato con il Diario della Settimana e Avvenimenti e oggi lavora con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Gioia, Che Futuro.it e Radio Popolare. Soprattutto è un maestro che rientra nella categoria di quei pochi che hanno visto nell’insegnamento il modo per rendere i bambini, piccoli pensatori liberi prima e adulti dalla mente aperta poi.

Qual è la situazione della scuola italiana oggi?
La scuola italiana è un po’ come una vecchia bicicletta della Bianchi, quelle classiche che piacciono un po’ a tutti, ha un bel telaio. Potrebbe avere delle ottime performance, il problema e che ha le ruote sgonfie se non addirittura bucate. Fuor di metafora noi abbiamo una scuola italiana con delle fondamenta straordinarie che sono quegli uomini, quelle donne, come Alberto Manzi, Mario Lodi, Don Milani, Maria Montessori, che sono solide, che sono quel telaio della bicicletta Bianchi. Dall’altra parte, abbiamo invece le ruote sgonfie. Chi sono le ruote sgonfie? Sono innanzitutto il sistema d’istruzione italiano complicatissimo adottato per dare alle scuole autonomia, ma che in realtà speso è ancora troppo centralista, un sistema che ha messo dei dirigenti scolastici, togliendoli dalla barca dei docenti, e facendoli diventare dei capitani senza accorgersi che loro stessi stanno navigando nello stesso barcone dei docenti. Una scuola che paga anche di avere un’edilizia che è in forte allarme. A Messina sono state chiuse più di 100 scuole per ragione di sicurezza. In tutta Italia c’è anche questo problema: una scuola con spazi inadatti ad una didattica innovativa. La fotografia che rende meglio l’idea di questa scuola che tenta in tutti i modi di migliorare ma non ce la fa è che quando tu entri in un aula trovi una cattedra con davanti i banchi, questo è il simbolo di una scuola degli anni ‘50, la cattedra i banchi, la mappa,, la lavagna, con il crocifisso e la foto di Vittorio Emanuele. Ancora adesso ci ritroviamo la cattedra, i banchi e l’unica novità è la Lim, a cui spesso accanto vi è la lavagna d’ardesia o molti usano la Lim come se fosse una lavagna d’ardesia. Allora vogliamo veramente innovare le nostre scuole? La prima cosa da fare è mettere in un angolo la cattedra come faceva Gianmario Lodi ai tempi, per stare all’altezza stessa dei bambini. Io quando insegno, ho un banco uguale ai miei bambini e sto alla loro altezza, mai sopra al bambino, già questo Maria Montessori lo insegnava.

Qual è la situazione dei docenti?
Abbiamo una scuola con quattro generazione di docenti, vi è l’insegnante sessantenne che fa fatica ad accendere il PC che non conosce il linguaggio dei nostri ragazzi; vi è quello di 50, 40 e quello di 25, 26, 28 anni che viene messo li precario, magari non ancora laureato, o fresco di laurea ma senza aver fatto tutto il percorso. Una scuola che contempla il diritto-dovere dell’istruzione e della formazione degli insegnanti, cosa urgente, ma che non è mai approdata nelle nostre scuole, è un po’ un diritto-dovere ma nessuno lo fa seriamente, però è un urgenza questa. Quest’anno ci sono 80’000 precari, non ci sono mai insegnanti specializzati per i disabili. Il problema di fondo è che abbiamo una scuola che non vuole cambiare veramente, e attenzione la responsabilità del non cambiamento non è solo dei ministri di turno ma è dei docenti e dei dirigenti stessi, persino del bidello. Se una scuola non cambia, io stesso sono responsabile del non cambiamento: quando ti siedi in un collegio docenti e nessuno alza mai la mano come i pecoroni, lì è la dimostrazione che nessuno vuole cambiare la scuola. Quando entri in una scuola e ti trovi le cattedre con i banchi davanti lì è un docente che non vuole cambiare la scuola. Quando vai da un dirigente e il dirigente non ti tratta come se tu fossi una squadra, come se tu non fossi l’allenatore di questa squadra, ma ha un atteggiamento come la vecchia direttrice degli anni ‘50, lì c’è un dirigente che non vuole cambiare la scuola. Quando ti ritrovi un ufficio scolastico regionale piuttosto che da un ministro che parla dall’alto del suo ruolo senza mai calarsi poi concretamente in un aula, è lì che trovi un ministro che non vuole cambiare la scuola.

Come attuare i cambiamenti citati prima?
Formazione, formazione, lo dico da sempre, è la priorità assoluta sopra a tutte le altre: la formazione del corpo docente. Non possiamo più stare in una scuola dove vengono scelti gli insegnanti; alla scuola primaria per esempio, si parte dicendo: ‘ma si tu fai arte’, ‘ma si tu fai ginnastica’, ‘ma si tecnologia falla tu’, non possiamo più avere queste cose, è assurdo! C’è una mancanza di competenze, dobbiamo avere un esercito di insegnati che siano competenti, che sanno fare quella cosa lì. Non posso pensare di far insegnare musica ad uno che non sa suonare nemmeno un flauto. Non posso stare in una scuola dove si fanno ancora i lavoretti: è una scuola dove ci sono insegnati di arte che anziché appassionare i bambini, gli fanno fare i lavoretti per ogni mese così da riempire l’anno, è un’assurdità! Non posso avere alla scuola media degli insegnanti che fanno i docenti di matematica semplicemente perché laureati in matematica senza avere degli elementi di psicologia, quando tratti con un ragazzo in una delle età più difficili, più critiche come la adolescenza e la preadoloscenza. Ci sono persone nel nostro paese che insegnano semplicemente perché hanno lauree in lettere o matematica, noi abbiamo bisogno di chiedere loro uno sforzo in più una formazione. Ci sono un paio di emergenze in questo paese: una è appunto quella della didattica innovativa, che è collegata alle competenze digitali e una che è quello delle lingue. L’Invalsi stesso, nel rapporto che ci ha consegnato il 4 luglio scorso, ci dice per quanto riguarda l’inglese, per la prima volta esaminato, che siamo terribilmente indietro, abbiamo più difficoltà in inglese piuttosto che in italiano e matematica. Abbiamo bisogno, quindi per migliorare questi dati, di insegnanti preparati che sappiano anche conoscere il linguaggio dei nostri ragazzi. Un insegnate delle scuole medie o superiore deve conoscere il linguaggio dei nostri ragazzi, non può essere avulso dal loro mondo. Un’insegnante capace c’è solo, chiaramente, con la passione ma soprattutto con una formazione.

Come dovrebbe essere utilizzato il tempo a scuola?
Hanno ragione i genitori spesso a lamentarsi di dopo scuola e bassa formazione. I genitori vanno coinvolti per quanto siano scomodi. Hanno ragione quando vi è un carico eccessivo. Noi oggi costringiamo i ragazzi a stare a scuola dalle sei alle otto ore, se contiamo anche la mensa, se fosse considerato un tempo educativo, come dovrebbe essere per legge, e in realtà non lo è. Come si può pensare che un bambino di 6, 7, 8 anni possa ascoltare un individuo per 6-8 ore di fila? È chiaro che nasce una riflessione sul tempo e lo spazio, che sono due parametri essenziali. Io penso anche al valore del tempo pieno, che vi è solo al nord e non al sud. Era nato per essere un attività extracurriculare al pomeriggio, che vuole avere un altro ruolo e poi è diventato scuola. Ma possiamo pensare ad una scuola dove i ragazzi abbiamo il tempo per dedicarsi alle arti, allo sport, spazio per leggere… pensiamo alla lettura: quando i progetti di lettura sono andare in biblioteca due ore al mese, è un’assurdità! Io devo avere una biblioteca che fa parte della scuola, uno spazio per i ragazzi. Ci vorrebbe uno spazio dove il bambino ha il tempo per stare da solo, per giocare, ma oggi i bambini non posso più giocare, saltare, non possono più in nome della sicurezza. Il tempo a scuola può diventare bello se c’è un insegnante che riesce a farlo diventare bello. Un esempio molto pratico: quando arrivano a scuola, i miei bambini hanno sempre mezz’ora di tempo per stare da soli, non inizio mai la lezione alle 8.35, mi fa abbastanza ribrezzo vedere i colleghi che alle 8.35 hanno i quaderni già aperti con scritto nome cognome ecc. L’accoglienza è solo il progetto che c’è all’inizio dell’anno, poi non gli accogliamo più. Arrivano a scuola al mattino e non gli accogliamo più e sono pronti a metterli nella catena di montaggio dell’istruzione pensando che questi debbano stare lì come un operaio, ma non è così. Qualcuno poi mi dice: ‘è un fannullone’, qualcuno non ha capito cosa vuol dire quel tempo dell’accoglienza, dove parlano tra loro e parlano con me. Intervistai una volta il grande maestro Mario Lodi, a cui chiesi cosa facesse quando entrava in aula e lui mi rispose: ‘Io mi metto in cerchio con i bambini e ci raccontiamo cosa è successo il giorno prima”. Ecco, ciò che conta nella scuola. È darsi del tempo, non far passare il tempo.

Come dovrebbero essere le strutture scolastiche?
Devo aver un giardino, un bosco, uno spazio dove si può uscire anche d’inverno. Non è semplicemente una scuola del sogno. Le nostre scuole hanno già il giardino, basta riqualificare. Non posso pensare per esempio di aver delle mense che sono posti brutti e tristi. Maria Montessori diceva che bisogna metter un fiore sul tavolo alla mensa dei bambini e fra l’altro nella scuola di Maria Montessori la mensa era nelle aule. Io spesso nelle mie aule chiedo ai bambini di portare un fiore all’inizio dell’anno, quest’anno sto pensando di portare io a loro un fiore all’inizio della prima ora, perché il bello è la ricerca della bellezza.

Pregi e difetti dei bambini di oggi?
Quelli di sempre, i bambini sono quelli di sempre. Mi fa abbastanza sorridere quello che fanno i critici sui nativi digitali… il bambino è il bambino di sempre, il bambino ha bisogno di avere chiaramente delle persone di riferimento. Oggi, in un società come la nostra spesso i genitori sono più assenti per questioni lavorative e sociali, come i genitori separati, storie diverse con cui mi confronto. Abbiamo bisogno di una scuola dove il bambino si senta guidato, non da una mamma o da un papà o un sostituto genitore, quello è una bestemmia. Il maestro è colui che segna la strada, allora sicuramente in quello è la sua guida, I bambini di oggi hanno bisogno maggiormente di una guida perché sono come una bussola che si è scassata, sono un po’ disorientati. La maggiore sofferenza nei bambini sono figure genitoriali assenti o quantomeno tra parentesi. I pregi sono i pregi dei bambini di sempre. Ormai i miei primi ex alunni vanno all’università e sono gli stessi bambini che ho incontrato ed incontro ogni anno, bambini con una grande capacità di mettersi in gioco. La curiosità è aumentata, sono molto più curiosi, vuoi per la rete, vuoi per gli stimoli. Io ho preso il mio priamo aereo a 8 anni per andare in Mozambico, oggi un bambino a 10 anni ha già fatto spesso viaggi all’estero, ma ricordiamo che un milione di famiglie vive nella povertà, ci sono bambini che non hanno nemmeno i soldi per andare al mare.

In Italia c’è differenza tra i bambini del Nord e bambini del Sud?

Si vi è molta differenza, soprattutto rispetto ad un tema: tutti i bambini del Sud, se gli chiedi chi sono Falcone e Borsellino, sanno chi sono. Nelle scuole del Sud i progetti di educazione alla legalità sono più sviluppati, vuoi perché i loro insegnanti quelle storie le hanno vissute, mentre al Nord no. Nelle nostre città del Nord i ricordi di Falcone e Borsellino sono apparsi solamente dopo gli anni 2000, mentre là c’erano già da prima. I bambini sono molto più coscienti della problematica della mafia e ne sanno argomentare. Sono stato in parecchie scuole dove anche il bambino che arrivava da zone più povere su quello aveva grande sensibilità, mentre al Nord vi è ancora molta indifferenza. Io metto tutti gli anni quel lenzuolo, anche perché la mia storia è molto legata alla storia di Palermo con scritto: ‘Non li hanno uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’, con la foto di Falcone e Borsellino”. Spesso qualche genitore dice ‘ma si lui è quello fissato con Falcone e Borsellino’… mi ferisce molto che qualcuno possa pensare dopo 26 anni da quelle stragi che c’è qualcuno fissato con Falcone e Borsellino. Allora questo Paese ha bisogno di una grande coscienza civile che spesso non c’è. Al Nord noto che c’è un po’ più di indifferenza, c’è un po’ più di ‘leghismo’ che non c’è nei bambini del Sud. Il rapporto con i bambini di cittadinanza non italiana è molto più difficile al Nord che al Sud. C’è anche un problema relativo al fatto che al Sud non vi è il tempo pieno e spesso i bambini hanno più tempo da trascorrere per strada, da soli mentre al Nord vi è molto meno tempo. C’è anche una classe docente più anziana al Sud, e quindi questo va favore del Nord, che cambia spesso il modo di fare scuola.

Li abbiamo citati prima: i genitori?
C’è un testo di Rodari del 1975, che parla esattamente dei genitori come facciamo noi oggi. Li descrive allo stesso modo, quindi il problema dei genitori fondamentalmente non esiste, e lo dico anche da giornalista. È un problema un po’ mediatico quello di questi genitori che spaccano la faccia agli insegnanti. Da sempre c’è questa questione del difficile rapporto tra genitori e insegnanti. I genitori sono un po’ come il vino: c’è l’annata buona e l’annata meno buona, per cui ci sono annate in cui vengo esaltato e altre in cui sono il maestro che non dà i voti e i compiti come li danno gli altri e sono invece bersagliato. Poi come si può parlare dei genitori? In un classe ce ne sono venti non posso essere tutti uguali tra di loro, spesso incontro delle mamme e dei papà che non vanno d’accordo tra di loro e già lì è una bella fotografia. Il tema centrale è che la scuola è poco comunità; io dico sempre che la scuola è scuola se ci sono i bambini, gli insegnati, il dirigente, i genitori e il sindaco che rappresenta la comunità, quando tutti questi soggetti lavorano insieme per fare scuola, e per me significa che se c’è una iniziativa tutti quei soggetti sono coinvolti. Non è solo un dire è anche un fare comunità. La scuola deve, per coinvolgere i genitori, fare un passo in più verso di loro. Sono un maestro sicuramente ‘politicizzato’, non nel senso di politico come partito ma un maestro che apre il quotidiano tutti i giorni in classe, un maestro che si interfaccia con gli alunni extracomunitari esattamente come gli altri, che non ha problemi ad affrontare il discorso Europa, ma che molto spesso viene additato da un genitore che non conosce e in questo modo pensa che io parli di politica con la p minuscola. In quel caso è importante aprire un confronto con quel genitore. Io sono totalmente contrario dall’idea che il genitore deve stare fuori dalla dimensione della scuola, i genitori spesso servono. Spesso ho chiesto ai genitori di entrare in aula. La mia aula deve essere trasparente, non devo avere paura che un genitore venga un giorno ad una lezione, anzi, ho fatto una volta “ Adotta una lezione”, in cui tutti i genitori che volevano venire in aula a seguire una lezione potevano farlo. Se io ho un genitore musicista, un papà geologo, nei loro ambiti ne sapranno di certo più dell’insegnante, quindi ben venga il genitore che collabora a fare questo. Una scuola che è più comunità, è una scuola che veramente avrà pochi episodi di genitori violenti.