Amatrice, parla il Sindaco: “Ce la dobbiamo fare, ripartiamo dal Campus scolastico”

La terra distrutta rinasce. Come una Fenice. Ricomincia a vivere. E lo fa partendo da ciò che di più caro ha: i giovani e le tradizioni. Stiamo parlando di Amatrice, devastata dal terremoto di agosto 2016. Il sindaco, Filippo Palombini, parla di cosa è stato fatto, di cosa manca, dei problemi e delle criticità che persistono, ma anche della speranza che qui non è mai sparita. E che oggi si chiama scuola, un Campus per tutti gli ordini e gradi, un gioiellino.
“E’ dai giovani che riparte la vita di una comunità ferita come la nostra. Alla fascia anziana della popolazione dobbiamo garantire il massimo dell’assistenza, fare tesoro dell’esperienza e della saggezza dei nostri anziani, che costituiscono la memoria storica di questo popolo, ma è chiaro che un territorio fonda sui giovani le speranze nel futuro. A questi giovani oggi viene data un’opportunità eccezionale, una scuola moderna, sicura, all’avanguardia, un vero e proprio Campus dove vivere la quotidianità scolastica e dove formarsi sia in termini didattici che morali, in un territorio splendido, ricco, ricchissimo in termini naturalistici e culturali. Poter disporre di questo Campus oggi, a due anni dal sisma che ha devastato queste terre, credo sia qualcosa di veramente prezioso”.
I più piccoli hanno sicuramente negli occhi l’incubo del terremoto, ecco perché il Sindaco specifica: “Uscire definitivamente dall’incubo? ‘Definitivamente’ è una parola grossa. Di certo questa popolazione è forte, ne abbiamo avuto prova ogni giorno di questi due anni difficili, e di sicuro i più piccoli – quando questa città sarà ricostruita – avranno l’opportunità di vivere in un territorio finalmente sicuro e ricco di opportunità. Uscire dall’incubo in maniera definitiva probabilmente non si può, ogni famiglia qui è stata toccata dal lutto e l’esperienza di un sisma come quello di Amatrice è qualcosa che non si può spiegare fino in fondo con le parole. Sono fiducioso nelle nuove generazioni, però: con l’esempio di chi giovane non è più e che ha resistito e lottato, e che continuerà a farlo, sono certo che i nostri ragazzi sapranno dare il meglio”.
Amatrice è tuttora una città che non c’è, come conferma Palombini: “Parlare di ricostruzione ancora non si può. Certo, la scuola è un grande passo in avanti. Per gli altri edifici, sia pubblici che privati, ancora non c’è neppure una gru. Confido però di ricominciare a vederne a breve, il primo condominio vede oggi un cartello con su scritto che tra poco si cominceranno i lavori, spero nella prossima primavera di vedere tante gru ad Amatrice”. Il Sindaco sottolinea più volte la forza di una popolazione che ha perso tutto, ma che non ha mai abbassato la testa: “Credo di dovere ai miei concittadini un plauso per la forza che hanno dimostrato in questi due anni, sono stati straordinariamente tenaci, ciascuno di noi dovrebbe essere orgoglioso di appartenere a questo popolo. Certo, le difficoltà sono state tante e sono ancora tante. La definizione di ‘paese vivo’ credo che si possa applicare ad Amatrice anche nei momenti peggiori di questa lunga e difficile storia, e questo si deve proprio alla popolazione che è legatissima al territorio e che ha cercato di lanciare sempre il cuore oltre l’ostacolo”.
Quello che serve ad Amatrice oggi è “la normalità”: “Seppure ‘provvisoria’. Deve quindi avere meno difficoltà burocratiche da affrontare per ogni cosa, è necessario un sistema nuovo e più snello di gestire il post sisma, un sistema dove c’è chi decide, qualcuno che si assuma le responsabilità delle proprie decisioni ma che finalmente decida, e in tempi rapidi. Non si può pensare di riavere un paese vivo nel senso completo del termine se per portare a compimento una pratica si deve farla girare su dieci scrivanie”.
I commercianti sono tra coloro che hanno ‘dovuto’ fare presto: “Le attività commerciali hanno riaperto un anno fa nei due centri commerciali che si trovano a Villa San Cipriano, immediatamente fuori la cosiddetta ‘zona rossa’, dunque in prossimità di quello che era il borgo di Amatrice. Però non basta ‘riaprire’, sebbene anche per fare questo ci voglia coraggio in una situazione come la nostra. Occorre che le attività possano lavorare, in questo senso il tema delle ‘seconde case’ è cruciale, perché sono quelle famiglie che in estate – ma anche nei fine settimana durante tutto l’anno, e poi durante le vacanze di Natale e di Pasqua, e in ogni ponte possibile – tornavano ad Amatrice e muovevano l’economia in questi luoghi”.
Nessun residente di Amatrice passerà l’inverno in una roulotte: “Ma quasi tutti lo passerà la stagione fredda in casette provvisorie o alloggi, fuori dalla propria casa di proprietà”. No, la cittadina in provincia di Rieti non è un ‘paese fantasma’. Palombini proprio non se la sente di dare questa definizione: “Amatrice era ed è ancora un luogo speciale. Il borgo non c’è più, non ci sono più o 69 piccoli borghi che la circondavano, questo purtroppo è evidente. C’è la natura che la avvolge, ci sono le montagne che le fanno da cornice, c’è lo spirito di chi vive qui che ama questo territorio e ha scelto di difenderlo, non è poco. Ciò che resta sono parte dei monumenti – spesso lesionati gravemente o crollati – degli edifici storici, ed è su quelli che Amatrice ritroverà la sua identità. Su quelle testimonianze che continueranno a raccontare una storia fatta di gioie e di dolori, di vittorie e di sconfitte, di coraggio certamente”.
Un altro terremoto come quello del 24 agosto 2016 è possibile, si teme? “Questa è terra sismica, lo sappiamo. Sono un ingegnere strutturista, lo so benissimo e so che la terra continuerà a tremare. So anche però – e lo dico proprio da ingegnere – che ricostruire in sicurezza si può e si deve. E questa è la sfida che attende questo territorio, una sfida che vinceremo perché l’Italia ha i migliori progettisti del mondo. Tutto sta capire che la burocrazia rischia di avviluppare l’intero Stivale nella sua morsa. Ecco, questo bisogna proprio evitarlo”.
Non ama fare promesse il primo cittadino di Amatrice: “Non è da me. Sono un uomo pratico che lavora dalla mattina alla sera e che se ha un obiettivo lo persegue a ogni costo”. Anche grazie a uomini così, due anni dopo, c’è stata di nuovo la Sagra degli spaghetti all’amatriciana: “E’ un segnale di ripartenza, ma non è il solo. Di certo, è stata un’esperienza importante per tutti noi, avevamo bisogno di vivere quei giorni insieme e di farlo rievocando una antica tradizione di questa terra, come avevamo fatto per mezzo secolo. È stato un momento importante che ricorderemo per sempre, per il quale ringrazio di cuore tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione”. Amatrice ha vissuto due anni d’amore da parte di tutti: “Ancora oggi qui è arrivata la solidarietà non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Credo che ce la dobbiamo fare per forza, per chi non c’è più, per noi stessi, e anche per chi non ci ha mai lasciati soli”.

di Alessandro Pignatelli

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