Matteo Bellizzi: la regia è una forma di comunicazione esperienziale

Matteo Bellizzi dal 1997 è nel campo cinematografico. Con i suoi occhi, prima che con la macchina da presa, ha immortalato i luoghi e la natura del suo territorio, e non solo, offrendo ai suoi spettatori sempre punti di vista differenti su quello che li circonda. Si è formato alla scuola per documentaristi “I Cammelli” di Daniele Segre, è stato operatore per l’agenzia di stampa inglese WTN. Il regista può vantare collaborazioni con istituzioni non indifferenti, come i comuni di Torino e Milano e uno spot su quest’ultima è stato tramesso sulle reti Mediaset. Nel 2003 ha diretto il documentario Sorriso amaro, con cui ha partecipato alla 60ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Nuovi Territori” e nello stesso anno viene selezionato, come unico documentario italiano, alla rassegna Documentary Forthnight presso il MoMA di New York. Nel 2005 ha realizzato, come regista e supervisore del progetto, la serie di 12 cortodocumentari intitolati Piemonte Stories, presentati poi in occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Nel 2009 ha prodotto, insieme ad un movimento di cittadini, il documentario ‘Valledora – la terra del rifiuto’ sull’emergenza ambientale legata allo smaltimento dei rifiuti. Quello appena citato erano solo alcuni punti della lunga lista di progetti e riconoscimenti che Matteo Bellizzi ha realizzato e ricevuto.

1) Quale è il ruolo di un regista oggi?
Credo che il compito di un regista, ma direi di un narratore in generale, che si voglia calare nella realtà e non voglia solo intrattenere un pubblico, sia quello di offrire agli spettatori dei punti di vista, delle chiavi di lettura, per interpretare la realtà. Credo che il cinema – sia esso di finzione o documentario – quando riesce ad essere efficace ed arrivare in profondità nella percezione degli spettatori, abbia il potere di rappresentare una forma di comunicazione esperienziale: vale a dire offre agli spettatori la possibilità di vivere, in senso lato, un’esperienza attraverso una storia e quindi maturare, crescere, capire attraverso il cinema.

2) Da cosa nasce il suo interesse per i documentari?
Nasce dalla curiosità verso gli altri esseri umani. È uno strumento per relazionarmi agli altri in modo approfondito, è un pretesto per capire, conoscere, vedere. L’idea che ci si possa accostare alla vita degli altri con discrezione, rispetto ed empatia, per ricopiare in immagini e suoni il senso nascosto delle cose, dei gesti, delle espressioni…in più è anche un’occasione per fermare i momenti che, per definizione, sono destinati a passare; quindi fare documentari è costruire memoria collettiva, per non dimenticare come siamo stati: oggi rivedendo i miei primi lavori mi commuove l’idea che tra 50 anni si potranno vedere e continueranno sempre a dire quella cosa lì, cristallizzata nel tempo. Si dice che il documentario sociale sia come un “album di famiglia” e una famiglia senza memoria di sé smentisce l’idea stessa di famiglia, no?

3) Di solito quando si parla di documentari, si immagina qualcosa di didattico e non proprio avvincente. Cosa rende fruibile un documentario?
Purtroppo siamo un po’ succubi di una cultura che tradizionalmente ha identificato il documentario con il genere di film didattici o istituzionali; è stato proprio scoprendo molti film documentari che ho capito quanto potere fosse contenuto nella vita vera e che per cominciare a fare cinema non fosse necessario inventare storie; quei film mi hanno posto di fronte ad uno scavo profondo nella realtà e sono stati in grado di restituirmi un’emozione potente, talvolta superiore a quella data da un film di finzione.

4) Nell’era degli smartphone, dalle fotocamere sempre più performanti, in cui la cultura dei video è ormai ‘popolare’, l’arte della regia risente di questa accessibilità?
Non credo ci sia pericolo per chi lavora sullo sguardo più che sulla tecnica. Una volta che hai messo a punto una tua identità stilistica e visiva l’importanza del mezzo attraverso cui la esprimi diventa relativo. Credo anzi che i nuovi strumenti leggeri, portatili, come appunto gli smartphone, possano rappresentare una meravigliosa opportunità per coltivare la propria visione e per avere una “macchina narrativa” a portata di mano in ogni momento.

5) Quali requisiti deve avere un aspirante regista per rendersi visibile?
Deve avere qualcosa da dire e dirlo nel modo più efficace possibile, cercando di raggiungere gli altri ed evitando di alimentare esclusivamente il proprio narcisismo. Per rendersi visibili basta YouTube, per farsi ascoltare davvero serve qualcosa di più.

6) Raccontare il territorio attraverso un film: perchè?
Perché il territorio è in movimento e il cinema è un racconto che si esprime nel movimento. Amo molto raccontare il paesaggio, per esempio il mio, quello della pianura del riso, ci trovo dentro tutto, anche me stesso.

di Deborah Villarboito

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