Pietro Danna: storia di un cestista italiano

Pietro Danna è un cestista classe 1992 che è nato e cresciuto con la palla a spicchi in mano. Ora gioca nei Rices di Vercelli, squadra in serie C Silver. Con sé porta un cognome pesante, quello del padre Federico, il noto allenatore. Il giovane playmaker racconta la sua storia legata fin dall’inizio alla pallacanestro, una passione che ancora oggi lo accompagna.

1) Quando e perché hai iniziato a praticare basket?
Ho iniziato perché mio papà, allenando ad alti livelli, mi ha messo sempre in condizione di vedere partite e sono stato anche obbligato a vederle e meno male anche perché poi i giocatori che mio padre allenava diventavano i miei idoli. Ho iniziato a 6 anni ma anche quando ero piccolo avevo sempre la palla in mano: un ricordo che hanno le persone di me è quello di un bambino che andava sempre in giro e palleggiava… uno “scassamaroni” in sostanza!

2) Che cosa è per te il basket e cosa ti piace di più del tuo sport?
Il basket per me è prima di tutto uno sfogo, il divertimento e uno stile di vita, perché poi in realtà la mia vita è stata fondamentalmente basata sul basket. Quindi il basket è sempre stato, fino a qualche anno fa, la mia priorità, ora non lo è più per il lavoro, però per me il basket è parte integrante della mia vita, è divertimento, condivisione, arrabbiarsi ma è anche uno staccare dalla vita quotidiana.

3) Descrivimi la tua partita più bella.
Descrivere la mia partita più bella è un po’ difficile perché onestamente non mi ricordo una mia partita più bella nella mia carriera. Sicuramente la partita che ricordo con più sorrisi, diciamo, è quella della promozione in Serie C1 con la mia squadra delle giovanili di Biella: eravamo una squadra classe ‘92-’93 e siamo stati promossi nel campionato di Serie C1. Avevamo solo 18 anni ed è stato proprio bellissimo. Inoltre dell’anno scorso mi ricordo la partita vinta contro Ghemme, decisamente più forte di noi. Siamo stati veramente una squadra, siamo stati tutti coinvolti, abbiamo finito tutti la partita sorridenti e nessuno col muso. È stato davvero un bel momento.

4) Quali progetti hai per il futuro? A livello sportivo e non solo.
A livello sportivo al momento non ne ho, perchè non è la mia priorità. La mia priorità è il lavoro e di conseguenza dovrò basare la mia scelta sportiva, se continuerò, in base a quello. Anche perchè progetto di andare a vivere con la mia ragazza, che sta a 150km da me, il prossimo anno. Come progetto di vita a me piacerebbe aprire, prima o poi, una clinica osteopatica, ma è molto in là nel futuro, perchè in questo momento non ne ho la possibilità economica e di esperienza soprattutto.

5) Quanto hai dovuto sacrificare per il basket visto il livello che hai raggiunto?
Sicuramente il basket mi hai fatto sempre sacrificare tanto, soprattutto quando ero alle giovanili, ma sono contentissimo di averlo fatto perché mi ha insegnato moltissimo. Ora devo sacrificare meno ma la cosa a cui ruba più tempo sono gli amici e purtroppo alla mia ragazza, che non sono poco ma sono cose molto importanti per la vita di chiunque. Una volta in passato c’era molto di più da sacrificare, ma perché era richiesto molto più impegno.

6) Descrivi una tua settimana da atleta in piena stagione: allenamenti, alimentazione, tempo libero.
Io lunedì sera vado a fare allenamento dalle 21 alle 23. Esco faccio uno spuntino almeno due ore e mezza prima di allenamento in modo tale da non giocare a stomaco vuoto. Di solito mangio principalmente degli affettati prima dell’allenamento, mentre quando rientro a casa la sera, e questo capita lunedì mercoledì e venerdì, perché devo tornare a Biella dove vivo, e quindi tra una cosa e l’altra arrivo circa verso mezzanotte. Dato sì che a mezzanotte non posso mangiare proprio qualsiasi cosa essenzialmente, mangio qualche verdura, minestroni, quello che passa il convento. Diciamo che non ho proprio un’alimentazione stretta, mi baso un po’ su quello che trovo, ma ovviamente cerco di non esagerare perché poi bisogna andare a dormire e non è corretto mangiare troppo. Io normalmente il martedì sera e il giovedì sera vedo i miei amici, andiamo a prenderci solitamente una birra nulla di che, mentre weekend, appena posso mi fiondo della mia ragazza o lei viene da me perché viviamo a 150 km distanza, e quindi sfruttiamo molto il tempo che abbiamo a disposizione per poterci vedere. Lei è super perché mi segue in tutte le trasferte, mi permette stare con lei anche quando ovviamente non sarebbe suo compito e obbligo e quindi sono fortunato.

7) Hai qualche gesto scaramantico o rituale prima della partita?
Battere il cinque ai miei compagni di squadra prima di entrare in campo. Cerco di arrivare un po’ prima per prendere un po’ di confidenza con il campo e tirare un po’ di più a canestro. Soprattutto quando la partita sembra essere più importante mi capita spesso di arrivare prima in palestra per prendere più confidenza possibile con il canestro.
8) C’è qualcuno a cui ti ispiri?
Non c’è nessuno in particolare a cui mi ispiro. Diciamo che di giocatori fantastici ce ne sono stati e ce ne sono troppi per poter dirne uno. Guardo quelli del mio ruolo, tutti quelli che sono stati giocatori più importanti: Magic Johnson, Michael Jordan, tutti questi giocatori fantastici. Nonostante non abbia mai visto, ma mi baso sui video, di partite o video di giocate migliori, sono letteralmente innamorato cestisticamente di Pete Maravich, che secondo me per i tempi che erano era un giocatore davvero fuori dal comune, ma ce ne sono un miliardo che potrei elencare come Ginobili ecc… ce ne sono veramente troppi. Quindi non mi ispiro veramente a qualcuno, mi è sempre piaciuto vedere un po’ tutti i giocatori migliori e cercare di fare quello che fanno loro ovviamente al limite del possibile perché poi si sa bene che si è limitati, non si dispone dei mezzi fisici e del talento di quei giocatori lì.

9) Come ti fa sentire essere un figlio d’arte?
Questo discorso del figlio d’arte l’ho vissuto in tre momenti. Quando ero piccolo non mi sono mai reso conto di questa cosa, l’ho sempre vissuta molto tranquillamente mi sono sentito sempre molto fortunato di poter vivere determinate sensazioni che tanti altri bambini non hanno potuto vivere, conoscere giocatori di Serie A e magari giocarci insieme, non l’ho vissuta in modo particolarmente negativo. Poi, crescendo veniva detto molto spesso che io giocavo perché ero figlio di mio papà. Magari vivendo con lui qualche consiglio in più… ed io l’avevo male perché sapevo benissimo che non era proprio così la situazione, ma anzi, tante volte era difficile perché comunque al di là di tutto mi stava allenando mio padre e tante volte, se uno conosce mio padre, sa che una persona estremamente severa e non era sicuramente facilitata la cosa. Mi ha aiutato tantissimo nel capire quando smettere di lamentarmi o quando gestire il rapporto con lui anche al di fuori dal campo. Oggi invece mi ritengo molto molto fortunato ed orgoglioso di avere un padre che a livello cestistico ha dato tanto a livello regionale, per la città in cui sono cresciuto che è Biella, e se posso dire anche a livello giovanile e nazionale. Quindi per me è motivo di orgoglio perché poi arrivando ad un certo punto, se hai dimostrato quello che vali, nessuno può dirti che giochi perché sei figlio di tuo papà ecc…

di Deborah Villarboito

Rispondi