Serena Williams, quando il sessismo diventa una scusa

Serena Williams è una grande, grandissima atleta. Ha grinta, tecnica, determinazione. È considerata la migliore tennista di tutti i tempi da moltissimi fan e appassionati di tennis, ha più volte dimostrato, in campo e nella vita, una forza caratteriale unica. Portabandiera dei diritti delle donne nello sport, non ha smesso di partecipare ai tornei durante la recente gravidanza e ha proseguito imperterrita gli allenamenti anche con il pancione, come dimostrano i video postati dalla tennista sul suo profilo instagram @serenawilliams, ricco di immagini dell’atleta e di post finalizzati a monetizzare il suo successo sui social media. L’anno scorso, a settembre, ha partorito una bimba con un parto estremamente complesso che ha causato anche successive complicanze. Il suo ritorno alle competizioni di quest’anno, quindi, dimostra ulteriormente la forza di volontà e il carattere unico della tennista.

Sarebbe sufficiente questo a far parlare di lei. Lei, Serena, però non si accontenta. Da vera regina dei tempi moderni, Serena provoca, sfida, esagera. L’abbiamo vista fasciata in una tutona nera ai Roland Garros, tanto aderente da richiedere l’intervento degli organizzatori che hanno dovuto ammonirla per il futuro; la seguiamo sui social, dove non perde occasione per mettersi in luce sottolineando le sue caratteristiche; l’abbiamo vista esagerare agli US Open, dove il passato, la tenacia e la determinazione non sono stati sufficienti a sconfiggere una ben più giovane e preparata sfidante.
Da una campionessa ci saremmo aspettati di meglio. Ci saremmo aspettati di vederla andare dal giudice di gara a dire, con la forza e la prorompenza che la caratterizzano, “io non imbroglio per vincere, piuttosto perdo”, avrebbe scritto un altro pezzo di storia. Invece no, invece ha deciso di macchiare una pagina della sua storia sportiva andando oltre. Uno scatto d’ira, la racchetta distrutta, gli insulti all’arbitro, l’accusa di essere un ladro, le minacce (“lei non arbitrerà mai più una mia partita”), hanno portato la regina ad una caduta rovinosa dal trono. Non contenta, ha deciso di condire la sconfitta – sportiva e personale – con un’improbabile accusa di sessismo contro l’arbitro.

E qui ci fermiamo a fare un paio di considerazioni. Perché oggi è diventato quasi di moda accusare qualcuno di sessismo, quando parla una donna. Il problema è che il sessismo è un problema, ancora oggi. Nel 2018, in nazioni evolute come l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti. Le donne sono ancora discriminate, guadagnano meno, hanno meno opportunità, hanno più difficoltà a conquistare un posto in vetta. Sono fatti, basterebbe citarli. Dimostrare che ancora oggi esiste una discriminazione è una delle cose più facili del mondo. Usare però il sessismo come scusa per una sconfitta è una doppia sconfitta: dell’atleta e di tutte le donne.

È la storia del ‘al lupo, al lupo!’, vecchia come il mondo. Gridare allo scandalo, quando non c’è ombra di abuso maschile, porta immediatamente a screditare tutto il lavoro delle Donne che – senza aggressività, atteggiamenti aggressivo-passivi o attitudine all’auto commiserazione – da anni si battono per un’eguaglianza ancora troppo lontana. E che a farlo sia una campionessa dispiace ancora di più. Perché le persone che emergono hanno il dovere di essere un esempio e di usare la propria popolarità a favore dei più deboli, mentre questa volta Serena ha usato la nostra debolezza per farla diventare una sua forza.

di Sabrina Antenucci

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