Ancora tensioni sul fronte immigrazione

Il nuovo governo italiano continua a mantenere alta la tensione in materia d’immigrazione. Non passa giorno senza polemiche a livello europeo, in difesa dell’ungherese Orban che rifiuta la redistribuzione dei richiedenti asilo, o in attacco contro partner come Malta, Francia e ultimamente Lussemburgo, accusati contraddittoriamente di non fare abbastanza. Il livello dello scontro si è ultimamente alzato, coinvolgendo anche l’ONU e la sua commissione per i diritti umani. L’Italia sta bruciando la sua reputazione internazionale sull’altare della retorica anti-rifugiati e anti-immigrati. Nello stesso tempo, il ministro Salvini ha fatto circolare la bozza del decreto-legge annunciato a luglio sulla protezione internazionale e dintorni.
Va ricordato che si stima che circa il 65% dei richiedenti asilo alla fine, tra commissioni e ricorsi in tribunale, riesca a ottenere in Italia una qualche forma di protezione legale (Monia Giovannetti, Cittalia-ANCI), in contrasto con quanto da tempo sostiene il Ministro degli Interni. La maggior parte dei permessi è accordata però con la forma giuridica della “protezione umanitaria”, la più debole e discrezionale. Finora nel 2018 il 28% dei richiedenti asilo è stato accolto con questa veste.
Non stupisce quindi che il piatto forte del decreto Salvini sia l’abrogazione quasi completa della possibilità finora concessa alle apposite commissioni e ai Prefetti di concedere permessi per “protezione umanitaria” ai richiedenti asilo che presentino serie condizioni di vulnerabilità: per es., madri sole con minori, o persone che correrebbero seri rischi per l’incolumità se rimandate in patria. La dizione “protezione umanitaria” è tipicamente italiana, ma permessi analoghi sono previsti in 22 paesi dell’UE: sostanzialmente in tutta l’Europa occidentale. Sono utilizzati in modo flessibile e con una certa discrezionalità per concedere uno status legale a persone che non riescono a dimostrare di aver subito una persecuzione, ma provengono da paesi molto instabili e pericolosi, oppure vivono ormai da anni sul territorio, hanno sviluppato legami affettivi e familiari o si sono inseriti nel mercato del lavoro. Nel decreto Salvini resta in piedi soltanto la possibilità di concedere permessi per gravi motivi di salute o per chi arriva da paesi colpiti da catastrofi naturali, o per chi ha compiuto atti di particolare valore civile.
La linea dell’indurimento passa inoltre attraverso il raddoppio del tempo di trattenimento nei centri di detenzione, da 90 a 180 giorni, nell’aumento dei fondi per i rimpatri (500.000 euro nel 2108, 1,5 milioni nel 2019 e altrettanti nel 2020), nella possibilità di prevedere la detenzione alla frontiera o comunque in strutture diverse da quelle previste normalmente, nell’allungamento della lista dei reati che precludono la possibilità di ottenere asilo in Italia. E’ stata aggiunta all’elenco per esempio la resistenza a pubblico ufficiale: è sufficiente che una persona in cerca di asilo cerchi di scappare a un controllo per finire sulla lista nera.
Come spesso accade quando la politica si occupa di immigrazione, le finalità propagandistiche e simboliche nei confronti dell’opinione pubblica prevalgono su considerazioni pragmatiche circa l’effettività e le conseguenze prevedibili delle nuove norme. Gli esperti prevedono una pioggia di ricorsi sulla base dell’art.10 della Costituzione, quello che impegna l’Italia a proteggere gli stranieri che non godono nel loro paese dei diritti fondamentali, un aumento del contenzioso giudiziario, un paradossale incremento del numero d’immigrati in condizione irregolare sul territorio. Il giro di vite sulla protezione umanitaria farà infatti scendere la quota di rifugiati accolti, ma non è affatto certo che l’allungamento della detenzione e l’aumento dei fondi per i rimpatri producano un corrispondente aumento delle espulsioni. Occorre riuscire a identificare con precisione i richiedenti asilo diniegati, capire da dove provengono, ottenere l’assenso dei loro governi al rimpatrio, affittare gli aerei e organizzare i voli per deportarli. Tutte condizioni da soddisfare caso per caso. Anche per il cattivismo di governo, spesso il diavolo si nasconde nei dettagli. Nel frattempo rimangono sul terreno i diritti umani calpestati e l’immagine internazionale di un grande paese democratico che prende a modello l’Ungheria di Orban.

di Maurizio Ambrosini

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