Il dialetto dove lo metto

Mettiamo il caso che vi siate trasferiti a Orvieto, in Umbria, con figlio piccolo ma in età scolastica al seguito. Prima, sempre per esempio, abitavate ad Alba, in Piemonte. Arriva l’inverno, cade la prima neve. I bimbi umbri tutti contenti vanno dalla maestra e le dicono: “Guarda, la neve sulle tette”. Il ‘forestiero’ rimane interdetto. Torna a casa e racconta l’accaduto a mamma e papà che, preoccupati, si rivolgono a docente e preside: “A quell’età, usano già questi termini? Fanno già questi discorsi?”. Vorrebbero quasi rivolgersi al provveditore, quando non al ministro.
La dirigente scolastica ci mette un attimo a capire. O meglio, fa spiegare ai due genitori scossi cosa fosse capitato esattamente. Dopo la spiegazione, il sorriso rassicurante (per il buon nome della scuola e per mamma e papà che già pensavano alle ore di educazione sessuale che il figlio non aveva mai fatto in Piemonte): “Qui usano il plurale femminile per i nomi maschili. In realtà, intendevano la neve sui tetti”. Dialettale, naturalmente. Ci sarebbe da farsi una bella risata, non fosse che poi tocca spiegare al bambino che tette è tetti. E tette nel senso di mammelle? Vabbé, quello te lo spiegheremo più avanti.
A Orvieto, i bambini parlano con accezione dialettale. Ma non solo a Orvieto. Un po’ in tutto il Centro Italia. E a Sud anche di più. A Nord, invece, raramente sentirai un bambino o un giovanotto utilizzare dialetto e modi di dire dialettali. Diciamo che è roba per chi ha già qualche capello bianco. Errori sì, anche quelli mutuati dal modo di parlare. Ma intere frasi no, come invece capita per un ‘cucciolo’ romano che già si addentra nel vernacolo quasi fosse emulo di Trilussa.
Non so da cosa dipenda. Penso dal fatto che scendendo l’Italia, si tenda a pensare di avere a che fare non con un dialetto, ma con una vera e propria lingua. Probabilmente fa parte della tradizione, dell’attaccamento (maggiore) a ciò che è conservatore. Si è più localisti al Centro e al Sud, come se ancora esistessero i Comuni quando non i Regni.
Ora il bambino di Alba, trapiantato a Orvieto, sa che farà molta fatica a inserirsi. Perché dovrà prima decriptare il linguaggio dei suoi coetanei. Imparare non solo l’italiano perfettamente, ma pure il modo di parlare dialettale. Anche solo per capire e poter rispondere. Tra qualche anno, però, anche lui si farà una risata pensando ai suoi genitori che avevano creduto, quel giorno di tanti anni prima, che i suoi compagni avessero ‘osato’ parlare delle tette della maestra. Innevate. In quel momento, capirà che in realtà inserirsi è più semplice di quel che sembri. Perché c’è più accettazione del prossimo, con il suo modo di parlare strano, le ‘e’ aperte e i maschili e i femminili messi dove vanno davvero. Al massimo, qualche volta, si sentirà dire: “Ah, ma tu arrivi dall’Alta Italia…”. E con questo, il vecchietto di turno avrà detto tutto. Ossia: che ne puoi capire tu? Ma anche: che fortuna che hai avuto! Un misto di riverenza e ironia.

di Alessandro Pignatelli

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