Morire di moda: le insidie letali degli antichi abiti

Oggi si parla di “fashion victim” per indicare quelle persone disposte a tutto per seguire la moda. Ma un tempo le “vittime della moda” esistevano davvero: nei secoli scorsi, infatti, diversi abiti e accessori nascondevano dei pericoli reali. Nell’industria tessile, nella sartoria e nell’artigianato si usavano infatti spesso elementi pericolosi, come mercurio, piombo e arsenico, oppure altamente infiammabili.

Un esempio iconico è rappresentato dalle crinoline di epoca vittoriana, così dette perché costruite con crine di cavallo: le ampie strutture che, nascoste sotto le gonne, le rendevano così imponenti si trasformavano spesso in trappole mortali. Oltre a rendere disagevole muoversi per chi le indossava, esponendole al rischio di rimanere impigliate, erano costituite da materiali estremamente infiammabili. Si stima che, nel corso dei decenni, siano quasi 40mila le donne vittime della crinolina. Nel 1863, a Santiago, persero la vita oltre 2mila persone in un incendio: si pensa che ad alimentare il rogo siano state soprattutto le tante gonne in crinolina presenti. Fra le vittime più celebri della crinolina, anche due sorelle di Oscar Wilde, morte nel 1871 dopo che i loro abiti da sera presero fuoco. A rendere particolarmente grave la situazione è il fatto che le crinoline non erano predilette solo dalle classi nobili: anche le donne lavoratrici le usavano. Nel 1864, per esempio, un’operaia rimase incastrata con la crinolina tra gli ingranaggi di un macchinario e ne morì. Diversi decessi avvennero anche nelle cucine, quando delle povere domestiche si avvicinarono troppo al fuoco e si videro divorare le gonne dalle fiamme.

Rimanendo in epoca vittoriana, ci fu un periodo in cui le dame impazzivano per un “verde smeraldo” che si rivelò poi potenzialmente letale. Il pigmento capace di donare tale colore, infatti, era a base di potassio, arsenico bianco e vetriolo al rame. Altamente tossico, poteva causare ulcerazioni sulla pelle, nausea, mal di testa e altri sintomi da avvelenamento. «Gli abiti verdi delle signore possono uccidere uno stuolo di ammiratori in una dozzina di sale da ballo» ammonì a suo tempo il “British Medical Journal”.

Oltre ai pericoli nascosti nelle stoffe e nei pigmenti, c’erano quelli delle strade. Le gonne lunghe delle signore, infatti, strisciando sul selciato in un’epoca in cui la pulizia era decisamente scarsa, raccoglievano spesso materiale infetto, che poi portavano nelle case. Da qui decessi per malattie infettive.

Chi ricorda poi il simpatico “Cappellaio matto” che appare nel classico “Alice nel paese delle meraviglie”? Si pensa che il personaggio sia ispirato ad alcuni fatti reali. Nella lavorazione dei cappelli, infatti, veniva impiegato il mercurio, che fra gli altri danni arreca anche sintomi a carico del sistema nervoso. In epoca vittoriana, era noto che tale elemento fosse nocivo per gli artigiani che lo lavoravano, ma si pensava che la quantità rimanente sui cappelli finiti non fosse pericolosa. In realtà, non era così.

Nell’arco dell’Ottocento, inoltre, si usarono a lungo cappelli ornati con uccelli veri, morti e imbalsamati. Per conservarli si usavano molti elementi pericolosi, fra cui l’arsenico.

Oltre ad abiti e accessori, anche i cosmetici spesso contenevano sostanze pericolose. Per lungo tempo, prima degli ultimi decenni, l’abbronzatura era considerata tutt’altro che elegante: era infatti tipica delle classi meno abbienti, costrette a lavorare sotto il sole, mentre un incarnato color porcellana era ritenuto simbolo di benessere. Le donne, dunque, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, ricorsero spesso a una cipria capace di sbiancare la pelle. Al suo interno, però, conteneva del piombo.

di Fabiana Bianchi

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