Siamo tutti Stefano Cucchi

Che sia lo schermo piccolo, ristretto di un telefonino, o quello grande di una sala cinematografica non ha importanza. La diatriba che ancora aleggia circa la visione di un film su Netflix ha avuto il tempo che trova, per rivelarsi alla fine una sterile discussione. Miglior media in sala dopo la prima settimana di proiezione; Sulla mia pelle ha superato le critiche, le discussioni, i contenziosi produttivi e i dubbi riguardanti se un film visto on-demand sia da considerarsi o meno un film. L’opera di Alessio Cremonini sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi ha steso il proprio pubblico sin dalla sua prima visione. Ha colpito e affondato lo spettatore già dal primo giorno della Mostra del cinema di Venezia, quando in contemporanea, la storia di un altro uomo, Neil Armstrong, veniva proiettata a pochi metri di distanza. Se l’astronauta interpretato da Ryan Gosling nel First Man firmato Damien Chazelle danzava sul suolo lunare, il Cucchi di Alessandro Borghi si avvolge in bianche lenzuola, discendendo in un vortice infernale. Ha fatto e fa ancora male Sulla mia pelle. È un pugno allo stomaco che non ti aspetti; un calcio alla schiena che ti atterrisce, sprigionando il proprio dolore a poco a poco, a tradimento e a intervalli regolari e sempre più frequenti. Una sequela di contrazioni che portano non più alla nascita di una nuova vita, ma alla morte di un giovane il cui lascito è uno scuotimento dell’opinione pubblica circa un argomento di cui si deve parlare, ma soprattutto ricordare. Perché in un mondo dove la giustizia non sembra illuminare il cammino di Stefano, che ci sia almeno la comprensione e il ricordo scaturito da un’opera cinematografica a far luce su un caso così insensato e incomprensibile.
Con pacata eleganza, sguardo discreto e un rispettoso registro stilistico e interpretativo, Sulla mia pelle è un abbraccio collettivo e silenzioso, una comunione di dolore e una condivisione di lacrime trattenute e lividi nascosti. Alla fine della visione siamo tutti Stefano Cucchi. La sua pelle tumefatta è la nostra anima scossa e lacerata. Gli occhi di Alessandro Borghi, esaltati da primissimi piani dal forte valore empatico, sono cieli squarciati da lampi di dolore e investiti da tuoni lancinanti nascosti sotto le coperte di un letto di ospedale. Ogni chilo perso dall’attore (per un totale di diciotto) è un passo avanti verso quella pelle che una volta era di Stefano e ora è di Alessandro. Una corazza danneggiata, spezzata, che l’interprete ha saputo far propria senza cadere nella retorica o nel grottesco. Nessun manierismo, nessun grido ad accompagnare la sua performance. Solo un flebile, dolce quanto terribile sospiro. Non vi è mai un urlo a interrompere la calma nefasta che ammanta Sulla mia pelle. A dare il ritmo all’opera è un affanno, quello dello Stefano sportivo che corre e si allena a inizio film, e quello dello Stefano fragile, dimagrito, bambino in cerca di un abbraccio paterno, ragazzo “sperante” più che credente, di fine opera.
Sono 100 minuti giocati in sottrazione quelli diretti da Cremonini; 100 minuti lavorati per levare, come faceva Michelangelo con le proprie statue, in cui tutto ciò che è nascosto nel buio del fuori campo è poi colmato dalla mente dello spettatore. Ed è qui che si ritrova il punto di forza di Sulla mia pelle. Senza speculare sul paradigma manicheo, nelle vesti di un osservatore super partes Cremonini si limita a riflettere e far riflettere su una storia di cronaca ancora in sospeso, bloccata in un limbo giudiziario difficile da recidere. La sua macchina da presa è un testimone silenzioso, riservato, che osserva senza intervenire; lascia che siano altri occhi, quelli degli spettatori, a scrivere con la forza della mente e dell’anima il proprio responso. E stando a quanto letto sui vari social, è tanto l’affetto originatosi da questa storia. Sono parole che tentano di soffiare sul caso, levando la polvere che lo ricopre, per poi consegnarlo nuovamente alle aule di tribunali, nella speranza che questa volta giustizia venga fatta. Tra i mille elogi dispensati a un Alessandro Borghi svestitosi della propria pelle per entrare in quella di Cucchi (straordinario il lavoro fatto dall’attore sulla modulazione della voce) scorrendo tra i vari commenti degli utenti in rete sono due i termini che ricorrono più frequentemente: “lacrime” e “rabbia”. Un binomio che unisce l’universo esterno (la pelle segnata dalle lacrime) e quello interno (la rabbia che ribolle), in una congiunzione di carne e sangue, anima e corpo. La stessa unione che segue da quasi una decade la famiglia Cucchi e che in un momento storico come questo, in cui l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine da eccezione può diventare regola, deve risaltare più che mai. Perché le lacrime che hanno solcato il viso di Stefano, e la rabbia per una violenza così inspiegabile e inaudita, non si devono più ripetere. Nessuna ombra deve più ricoprire il ricordo di Cucchi. Nessun livido deve più
comparire sulla sua pelle, su quella del suo attore, su lla nostra.

di Elisa Torsiello

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