Gabriele Di Totto: “Sono stato fortunato e dico ai ragazzini di oggi: resistete agli atti omofobi”

“Sono stato fortunato”. Lo ripete spesso Gabriele Di Totto, 43 anni, residente a Milano. Per lui, l’integrazione non è stata lastricata di ostacoli, pur scoprendo l’omosessualità piuttosto presto. “Già alle scuole medie, dunque a 11 anni, notavo il mio interesse per un compagno. All’epoca, però, ero interessato anche alle ragazze. Vivevo questa strana simpatia per compagni e compagne, ma non potevo dirlo a nessuno. Dai 15 ai 17 anni, la cosa è diventata chiara per me. Con le ragazze avevo storielle di massimo una settimana; per un ragazzo, invece, mi presi una gran cotta che mi fece piuttosto male”.

Era la presa di coscienza: Gabriele era gay. “In quel periodo ne parlai solo a una ristretta cerchia di amici. Come a un frequentatore del mio oratorio. Il primo adulto a cui riferii di questa situazione fu il responsabile dei focolarini, gruppo religioso di cui facevo parte”. Fortunato perché? “Perché ne parlai anche al sacerdote della parrocchia e nessuna di queste persone mi ha giudicato, mi ha detto cose del tipo andrai all’inferno. Mi sono allontanato dai focolarini di mia volontà perché mi piaceva un ragazzo e non volevo continuare a frequentare il gruppo solo per questo motivo; avrei perso la componente di spiritualità che serve”.

Anche la famiglia è stata dalla parte di Gabriele: “Non ho fatto un vero coming out. Con mia mamma è venuto fuori il discorso a 19 anni, lei l’ha detto a mio papà. Mia sorella l’aveva capito. Del resto, in famiglia, io ho sempre presentato i ragazzi che mi piacevano proprio per fare vedere ai miei genitori che erano tranquilli, che non frequentavo cattive compagnie”. Sul lavoro, ancora una volta, Milano si dimostra tollerante nei confronti del ragazzo che ormai si è fatto uomo: “Sono stato sette anni in una scuola elementare; naturalmente, ai bambini non parlavo della mia vita privata, ma non l’avrei fatto neanche da etero. I colleghi lo sapevano. Stesso discorso per quelli di Agr, un’agenzia stampa, così come quando ho fatto il commesso. Da tre anni sono nella squadra di ‘Caduta libera’, il programma di Gerry Scotti e, a parte qualche battuta come accade in tutti i luoghi di lavoro, non ho mai subito atti di omofobia”.

Ammette di aver sempre e spontaneamente portato avanti il suo modo di essere: “Al bar con gli amici, se loro fanno apprezzamenti su una bella ragazza che passa, io li faccio su un ragazzo”. Il mondo intorno a Gabriele ha permesso che accadesse tutto questo. Ricorda: “Alle medie ogni tanto qualcuno diceva ‘sei frocio’, ma a quell’età è un insulto che niente ha a che fare con l’orientamento sessuale. Del resto, ero timido, parlavo poco, non giocavo a calcio: ecco perché ogni tanto mi prendevano di mira”.

Gabriele ha frequentato i focolarini prima e i gesuiti poi: “Ho portato il mio ragazzo di allora in vacanza e non ci sono stati problemi. Anzi, un gesuita mi ha ringraziato”. Dall’oratorio ai gesuiti, dunque Gabriele è credente? “Mi definisco agnostico, tuttora alla ricerca. Ma dobbiamo distinguere tra Chiesa e Fede. Chiaro che ci sono tanti precetti che non condivido. Come la castità fino al matrimonio, che però non appartiene solo agli omosessuali. Se sei in una relazione e i sentimenti sono reali, perché la componente fisica deve venire a mancare? Poi, naturalmente, tutti siamo chiamati a non abusare della sessualità”. La fede, dicevamo: “Mi son detto: ok, se Dio è onnipotente e non fa errori, come si fa a parlare di rapporti contro natura? Sorrido quando sento questa espressione. Io penso che per ognuno di noi ci sia un disegno superiore, che tutti viviamo la vita come vogliamo. E allora, perché un gay non dovrebbe credere in Dio?”.

Ripete di essere fortunato: “Ho trovato sul mio cammino persone che non hanno mai espresso giudizi, che non mi hanno mai cacciato per il mio orientamento sessuale. So di persone che invece sono state allontanate perché il sacerdote era convinto che fossero tentate dal diavolo”. Solo un piccolo momento di tristezza per Gabriele, pensando a parte della sua famiglia: “Zii e cugini. Non mi chiedono mai come sto, che faccio, chi frequento. Penso si sentano imbarazzati. Dopo la prima, lunga convivenza, sono stato molto male, ma loro non si sono interessati alle mie condizioni. Comunque, li vedo una volta sola all’anno”.

Un po’ di preoccupazione per l’Italia di oggi c’è: “E’ come se avessero alzato la testa coloro che sono omofobi. I loro gesti vengono quasi giustificati. Forse è normale: i ragazzini di oggi hanno maggiore libertà, anche di dichiararsi, di partecipare ai Pride. Rispetto a due generazioni fa, però, in questo modo si assumono anche maggiori rischi”. Il pensiero è proprio per alcuni di loro: “ A quelli della mia generazione, quando sentono di minori picchiati o che si suicidano per battute o atti omofobi nei loro confronti, piange il cuore. Noi abbiamo fatto fatica, ma ne siamo usciti bene, anche chi è stato vittima di bullismo. Vorremmo dire a questi ragazzi di oggi: resistete ancora un paio d’anni, non mollate, e poi prendetevi la rivincita su chi vi insulta”.

 

di Alessandro Pignatelli

Rispondi