Modelli di integrazione in Europa

Modelli di integrazione in Europa

27 Settembre 2018 0 Di il cosmo

Il termine “integrazione” è ormai di uso comune. Fin troppo, tanto da essere usato talvolta a sproposito o comunque con una consapevolezza soltanto parziale del suo vero significato. Innanzitutto, il significato di “integrazione” non è univoco. Nell’ambito della sociologia, infatti, sono riconosciuti diversi modelli di integrazione, che variano di paese in paese. In Europa, nello specifico, sono tre i modelli di integrazione più diffusi: assimilazione, multiculturalismo e il modello funzionalista. Il modello assimilazionista è tipico soprattutto della realtà francese. I cittadini hanno diritti e doveri che non conoscono differenze in base all’origine etnica o alla cultura. C’è una netta distinzione fra la sfera pubblica e quella privata e solo in ambito privato è permessa la manifestazione delle identità culturali. Un esempio piuttosto tipico di questo orientamento fu il divieto dell’adozione di simboli religiosi a scuola, compresi quelli di stampo cristiano. D’altra parte, lo Stato mette in campo azioni per accelerare la piena integrazione politica, sociale ed economica, anche attraverso il welfare. I rischi di tale modello è che la formale uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini non si concretizzi in un’uguaglianza sostanziale. In Germania si agisce invece perlopiù in ottica funzionalista, con un sistema di inclusione ed esclusione differenziata. Questo sistema si basa sul fatto di considerare gli stranieri come lavoratori la cui presenza è destinata a essere momentanea. In quest’ottica, gli immigrati vengono pienamente inclusi nel mercato del lavoro, anche con una certa velocità, ma è invece scoraggiata l’assimilazione culturale. Anche la cittadinanza non è un obiettivo semplice e si basa principalmente sullo ius sanguinis, mentre nel modello assimilazionista tende allo ius soli. Il modello multiculturalista è ampiamente usato nel Regno Unito, ma anche nei paesi del nord Europa. Ispirato originariamente dal sistema coloniale, oggi prevede una valorizzazione delle diverse culture. Le comunità etniche non solo vengono riconosciute, ma i loro rappresentanti vengono considerati importanti interlocutori. In questo modello, gli immigrati sono liberi di mantenere la loro cultura e le loro abitudini, purché nel rispetto della legge, e talvolta sono addirittura incentivati a farlo. Le stesse politiche pubbliche tengono presente le origini etniche per combattere le discriminazioni: un atteggiamento che, in ottica assimilazionista, sarebbe invece considerato di per sé discriminatorio. Il rischio maggiore legato a questo modello è quello di conflitti tra culture ed etnie diverse che si trovano a convivere. In Italia, invece, non esiste un vero e proprio modello di integrazione. L’immigrazione, infatti, si è fatta importante soprattutto negli ultimi trent’anni, con l’ondata seguita al crollo dei regimi comunisti. Spesso le iniziative vengono demandate agli enti locali o addirittura al mondo associativo, mentre a livello centrale si pone di più l’attenzione sulle questioni burocratiche e di sicurezza, tralasciando spesso l’aspetto sociologico e culturale. A grandi linee, nella penisola si possono intravedere elementi del modello multiculturale, ma anche di quello assimilazionista. Proprio quello multiculturale, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere il modello adatto da perseguire: particolarità dell’Italia è infatti quella di accogliere immigrati da molti paesi diversi.

di Fabiana Bianchi