Pensieri in 16:9 Articolo a un film mai nato

Non solo Terry Gilliam: i casi di film mai realizzati

 

C’era una volta una macchina dei sogni chiamata cinema. Alla sua guida piloti di ogni provenienza e cultura; uomini e donne dagli aspetti e comportamenti più diversi e bizzarri, accomunati da un solo grande talento: creare strade su cui far correre la propria fantasia. Percorsi lastricati di fogli di sceneggiatura strappati, accartocciati, lanciati al vento, o custoditi con gelosia; località amene, o paurose, generate dalla forza di un sol pensiero, o di un leggero movimento di cinepresa. La vita di questi grandi registi, però, non è sempre una fiaba a lieto fine. Molte sono le volte in cui questi estri artistici, pittori di tele in movimento, vedono una propria opera, voluta, cercata, cullata come un bambino, presa e gettata via. I motivi che si celano dietro l’annullamento, o l’eventuale ritardo nella realizzazione di un film sono tra i più svariati e molteplici. Budget che sforano il limite massimo e che la produzione non può più sostenere; insuccessi al botteghino che bloccano la produzione di un già annunciato sequel; problemi personali dei realizzatori (ne è un esempio il film sull’ultimo periodo della carriera dei Beatles intitolato The longest cocktail party e fortemente voluto da Liam Gallagher, la cui produzione fu bloccata dalle vicende personali dello stesso ex-Oasis) ma soprattutto i tempi che cambiano. Ciò è vero in un’era come la nostra, dove tutto muta, si distrugge e si ricrea nell’arco di un battito di ciglia. Ciò che va di moda oggi può non risultare d’interesse domani, e così i produttori cinematografici si ritrovano sempre più spesso tra le mani prodotti vincenti in un dato momento e, pochi mesi dopo, obsoleti e superati. “Maledetti” si sentono chiamare queste nubi di parole incapaci di congiungersi e sprigionare la propria pioggia fatta di immagini in 16:9. Sono film, questi, destinati a essere anime vaganti in un limbo produttivo da cui è difficile risalire. Ci vuole la caparbietà del suo creatore, come accaduto per Terry Gilliam e il suo L’uomo che uccise Don Chisciotte, per superare le avversità e diventare finalmente realtà; oppure, risulta necessaria l’intermediazione di un aiutante fedele e coraggioso come Netflix, disposto a tutto pur di trarre in salvo un progetto ambizioso come The other side of the wind di Orson Welles. Questi di Gilliam e Welles fungono comunque da casi limitati; eccezioni che confermano la regola. Mosche bianche in una trappola mortale in cui molte idee non diventano mai film, ma si limitano a vagare nell’universo delle probabilità, sostenute e alimentate da pensieri e verbi al condizionale. Che tu sia una casa di produzione dall’immane impero, o un autore cinematografico dal genio encomiabile, prima o poi lo spettro funesto del ritardo, o del cancellamento di un film, arriva inevitabilmente a farti visita. Quelli qui riportati sono solo alcuni esempi.

Tanti (forse troppi) i live-action che la Walt Disney Pictures ha in serbo nei prossimi anni. Una lista che dai tempi di Alice in Wonderland di Tim Burton si allunga sempre più senza possibilità di arresto. Eppure, per quanto essa appaia infinita, sono molti i progetti promessi e mai più realizzati che avrebbero potuto rendere ancora più pedante e interminabile tale bulimica offerta disneyana. Uno su tutti quello dedicato alla Sirenetta. È dal 2012 che una sequela di papabili registi si alternano al timone di questo fantomatico progetto; autori (come Sofia Coppola e Joe Wright) che non sono riusciti nella magia di ridare voce a un progetto ancora muto, incatenato negli abissi degli archivi cinematografici. Lo stesso Wright è stato per alcuni mesi associato alla trasposizione cinematografica del cult letterario The Ocean At The End of the Lane, progetto a cui il regista inglese ha dovuto rinunciare dopo l’incredibile flop di Pan.
Lungo come il naso del suo protagonista è anche l’elenco dei progetti volti a riportare sul grande schermo il Pinocchio di Collodi. Rendere il burattino un bambino in carne ed ossa è impresa ancor più ardua di quella narrata dal suo autore. Perfino Tim Burton si era offerto di prendersi cura del simpatico pezzo di legno e ridargli una nuova vita, coadiuvato da Robert Downey Jr. nei panni di Geppetto, ma tutto si è poi fermato. Il destino ha voluto che gli occhi grandi, enormi dei soggetti ritratti da Margaret Keane nei suoi quadri, ammaliassero il regista di Beetlejuice, così da fargli dimenticare del povero Pinocchio e impegnarsi sul set di un altro film: Big Eyes. Le (dis)avventure di Pinocchio al cinema si sono poi protratte per anni. Vi è stato perfino un tempo in cui Guillermo del Toro auspicava a una versione più macabra del romanzo di Collodi. Un’alternativa inaccettabile per gli studios di oggi e per questo nascosta all’interno di un cassetto, nell’attesa di rivedere la luce quando il mondo reale farà meno paura di quello sullo schermo. Il tanto agognato “Rated R” (l’equivalente americano del nostro “vietato ai minori di 18”), ancora una volta si riconferma per il regista di The Shape of Water un desiderio irrealizzabile, una porta che si chiude con veemenza, allontanando il cineasta messicano dal suo desiderio di infondere materia e realtà alle proprie idee. Dopotutto del Toro è un sognatore, e sono molti gli universi pronti a nascere davanti ai suoi grandi occhi chiari. Eppure, proprio come per Giliam, altrettanti mondi dovranno essere rinchiusi in una palla di vetro e ricollocati momentaneamente sugli scaffali della memoria. Così è stato per Pinocchio, e così è per At the Mountains of Madness di H. P. Lovecraft, storia di una spedizione scientifica in Antartica atta a riportare in superficie mostri sepolti tra i ghiacci.

Finite le riprese di Apocalypse Now, Francis Ford Coppola rischiò la follia e si indebitò fino al collo. Ciononostante il fuoco dell’arte continuava ad ardere in lui. Era una fiamma possente, bruciante, impossibile da spegnere. Una fiamma artistica che portò il cineasta a voler alzare ancor di più l’asticella del proprio genio e superare i confini del possibile. Per anni Coppola parlò di Megalopolis, progetto faraonico con protagonista una New York ripensata da un city planner geniale con il talento di fermare il tempo. Robert De Niro e Paul Newman erano già a bordo, mentre pare che Kevin Spacey e Warren Beatty avessero cominciato a studiare il copione. Dietro l’eclissamento di un progetto così ambizioso non vi furono produttori esigenti o budget limitanti, ma l’odio accecante dell’uomo e, soprattutto, due aerei pronti a colpire la mattina dell’11 settembre, le Twin Towers di New York. Nessuno più, nemmeno Coppola, se la sentì di tessere l’epopea di una metropoli del futuro quando ogni singolo fotogramma dell’opera avrebbe dovuto confrontarsi con l’inaccettabile trauma del presente.

Spielberg come Coppola. Due grandi cineasti, maghi della cinepresa, uniti dallo stesso destino. Anche il regista di E.T si è ritrovato a rimandare un proprio progetto. Forte della questione mediatica attorno alle inchieste giornalistiche e ai ruoli di prim’ordine troppo spesso dimenticati perché ricoperti da donne, quando ancora il #metoo era un polverone lontano e l’elezione di Trump presidente una scottatura lancinante e recente, nel 2017 Spielberg ha preferito dare precedenza alla realizzazione di The Post, rimandando ancora una volta le riprese di The Kidnapping of Edgardo Mortara. Ancora non si sa nulla circa l’effettiva realizzazione del film tratto dal romanzo-inchiesta di David Kertzer Prigioniero del Papa re e incentrato su un caso realmente accaduto in pieno Risorgimento.
Questi sono solo alcuni dei tanti, tantissimi film mai nati. Una frenatura dello spirito creativo degli autori di Hollywood, condizionata troppo spesso dalla legge del denaro e dei facili incassi scaturenti dall’onda inspiegabile di sequel, remake e reboot. Perché non è vero che a Hollywood non si crea, o non si hanno idee nuove; quel che manca spesso è il coraggio di osare e l’ambizione di rendere tali creazioni reali.

di Elisa Torsiello

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