Think Pink! Nadia Toffa e quel “dono” fuori luogo

Ci sono cose, nella vita, che sembra sempre che riguardino altri. Cose che conosciamo perfettamente, di cui parliamo tutti i giorni, ma che pensiamo non ci riguardino e non ci riguarderanno mai. Lo tzunami, per esempio. Ve lo immaginate, che so, a Pisa? No, non ci riguarda così da vicino. Oppure l’analfabetismo funzionale, o il cancro. Sappiamo perfettamente cosa siano, eppure non immaginiamo che capiti o capiterà proprio a noi. Già.

Fino a quando arriva una Nadia Toffa qualunque che si ammala e scrive qualcosa sul cancro che scatena uno tzunami: un libro. Un libro che parla della sua personale esperienza, e di come il cancro abbia cambiato il suo approccio alla vita. Di come abbia dovuto imparare a sorridere, nonostante tutto. A non “sospendere la vita” come dichiara lei stessa, a non vivere con il fiato sospeso in attesa della chemioterapia, degli esami, dei controlli. Di come abbia dovuto imparare a pensare al futuro svincolandolo dal timore della recidiva. Perché il cancro, malattia tanto odiosa quanto democratica, non fa sconti. Colpisce chiunque, e a chiunque segna la vita. Definitivamente e inesorabilmente. E non fa sconti, o preferenze. Quando arriva la diagnosi la situazione è uguale per tutti: inizialmente si va nel panico. Cancro significa morte, bisogna dirlo. Poi si inizia a cercare esempi, soluzioni, luminari. Cancro significa ricerca. Poi si spera che la terapia funzioni. Cancro significa speranza. Poi la bestia cresce o scompare, e chi è stato colpito muore o vive tutta la vita da sopravvissuto. Ma non si limita a colpire una sola persona, il malato. No, il cancro è come un’epidemia: quando arriva colpisce una persona e travolge chiunque le stia accanto. Famiglia, amici, conoscenti, colleghi. Fateci caso: è uno spartiacque. Dal momento in cui si presenta ci sarà sempre un prima e un dopo; niente sarà più uguale.

Ed ecco il punto. Non potendo fare niente per evitarlo, ci si presenta una scelta importante: come viverlo. Si può decidere di chiudersi in se stessi e nel dolore, di passare il tempo a maledirlo, a odiare il fato, a invidiare chi non sa di cosa si stia parlando; si può scegliere di lasciargli campo libero in tutti i settori della propria vita. Oppure si può decidere di trovare un modo alternativo per vivere una quotidianità segnata dalla malattia. Si può scegliere – e, credetemi, è una scelta consapevole e quotidiana – di ringraziare il cielo di ogni istante. Di vivere ogni piccola cosa, anche la più banale, come un miracolo. Di svegliarsi la mattina e sorridere perché, nonostante tutto, si è vivi. Di godere del fatto che si può ancora andare al mercato a comprare la frutta, rispondere al telefono, guardare un film, fare l’amore, ridere con gli amici, mangiare una torta. Si può stravolgere il proprio atteggiamento e la propria quotidianità, smettendo di dare per scontato tutto quello che accade e sorridendo a tutto quello che succede, che abbiamo la possibilità di fare e di vivere. Ed ecco che ogni nuova esperienza diventa unica, che ogni frase diventa importante, che ogni persona che ci regala un’emozione diventa un eroe. Difficilissimo, lo so. Ma se ci riusciamo, abbiamo vinto. Se riusciamo a vivere nonostante il cancro, abbiamo ricevuto un dono.

Parallelamente la malattia fa il suo corso. Che la si viva ringraziando di essersi resi conto dell’importanza delle piccole cose o maledicendo ogni giorno di dolore e di paura, la malattia procede o viene sconfitta dalle cure. Si guarisce o si muore. Certo, l’atteggiamento aiuta, ma non cura. Non cura il malato, ma può curare chi gli sta incontro. Può fare la differenza a parenti e amici, che possono vivere istanti irripetibili. Avere accanto un malato di cancro può regalare una nuova vita anche a chi ha il fisico sano, ma il cuore devastato. A chi pensava di vivere con il marito, la moglie, il genitore, l’amico, tutta la vita, e all’improvviso si ritrova a fare i conti con qualcosa di più grande di lui. Ecco, in quel momento anche “gli altri” possono decidere che il cancro può essere trasformato. È come guardare una o l’altra faccia di una medaglia: quella odiosa che ti minaccia o quella che ti permette di vivere ad un’intensità che non immaginavi. Di raccontare cose che tenevi per te, o per un’occasione speciale. Di andare a visitare posti, di chiedere spiegazioni, di condividere esperienze. Che ti permette di vivere ogni istante come se fosse un dono, perché quando arriva il cancro il tempo rimanente non è mai scontato.

Che brutta cosa doverlo dire, doverlo pensare, doverlo ammettere: il cancro può portare con sé un dono. Un dono grande come la libertà di scelta: scegliere se vivere ogni istante con amore e con il sorriso o con sofferenza e con le lacrime. Non lascia altre possibilità, non si può scegliere se accettarlo o rifiutarlo. Solo se vivere ogni istante o morire dal primo momento.

Ed è un concetto tanto duro quanto semplice da capire. Basta leggere e comprendere. Senza giudicare, senza attaccare, senza condannare.
Nadia Toffa si è ritrovata ad avere due nemici da combattere: il cancro e l’analfabetismo funzionale, con tutto l’odio che porta con sè. Entrambi orribili, entrambi durissimi, entrambi potenzialmente mortali. Solo che per uno ci sono cure e la speranza di guarire, per l’altro non c’è moltissimo da fare. Forse solo scrivere articoli che spiegano come il cancro possa essere considerato un dono, e sperare che chi legge interpreti correttamente le parole e capisca il punto di vista. O, al limite, impari a rispettare punti di vista differenti. Difficili da comprendere, certo, ma importanti da rispettare.

 

di Sabrina Antenucci

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