Youssou: “L’italia mi ha ridato la gioia di vivere”

La storia che vi proponiamo ci fa tirare un sospiro di sollievo sull’Umanità, facendoci scoprire che, nonostante la tempesta di razzismo e pregiudizi, la vita umana si nutre di relazioni e quando i soggetti della relazione sono persone aperte, trasparenti e positive, si scopre di non poterne fare più a meno e di non voler cambiare assolutamente nulla, tantomeno il colore della pelle.
Lui è Youssou, senegalese, oggi tecnico metalmeccanico in una nota azienda di Castiglione Olona. Youssou è un richiedente asilo, espressione che oggi porta i più a storcere il naso e crea quasi un ossimoro con un profilo professionale dignitoso.
Prima di diventare quel che è adesso, Youssou ha attraversato a fatica il Mali, il Burkina Faso, il Niger e la Libia.
In ognuno di questi Stati, raggiunti con i pochi risparmi e un pugno di promesse, si è fermato con l’idea di restarci ma puntualmente la corruzione e la miseria lo hanno sempre messo in partenza.
Sul camion per la Libia erano più di cento, stipati come sardine. Dopo varie tappe, con i passatori, che chiedevano sempre più soldi, è arrivato a Tripoli, senza nemmeno un centesimo. Era dicembre 2015.
Anche in Libia trovò lavoro Youssou, ma con l’acuirsi della guerra interna con le varie faide, per le persone con la pelle nera non ci sarebbe stata più pace. Fu il suo datore di lavoro a pagargli un “passaggio” per l’Italia, quella meta che Youssou non conosceva né voleva raggiungere, quel Paese cui quel gommone con 150 persone sembrava non arrivare mai.
Era il 26 maggio 2016 quando, finalmente, per Youssou si aprivano le porte dell’Italia.
Disinfettato, visitato e rivestito, è stato ospitato in un Cas di Samarate, gestito dalla Coop. Versoprobo.
E’ stato qui che ha cominciato pian piano a reinventarsi, a ritrovare il sorriso e la gioia di vivere.
Oggi Youssou parla un perfetto italiano, lavora nell’ambito per cui aveva studiato, vive in un appartamento per cui paga autonomamente l’affitto e non c’è persona che pensi a lui senza un sorriso.
1) Cosa ti viene in mente se pensi al Senegal?
La mia famiglia, ovviamente. Non puoi immaginare quanto mi manchi soprattutto mio figlio e quanto mi fa male non sapere cosa rispondere alla domanda: “Quando torni?”
2) E l’Italia cos’è per te?
E’ il mio secondo Paese: amo l’Italia e rispetto tutto: dalla religione alla cultura, passando per le leggi.
3) Sei cambiato in questi anni di vita in Italia?
Sì, due anni qui mi hanno cambiato molto, sia fisicamente che mentalmente.
Per prima cosa ho studiato italiano, per cui ora mi esprimo e comunico in una lingua diversa dalla mia; Dio mi ha aiutato a trovare un lavoro che mi piace tanto e quindi mi sono convinto che chi si impegna, alla fine, vince. E poi sono circondato da gente che mi vuole bene, quindi ho riacquisito molta fiducia nel prossimo.
4) Integrarti è stato facile per te?
Quando ti trovi in un nuovo Paese, ogni giorno è una vita nuova per te. I primi tempi mi piaceva uscire, confrontarmi con i responsabili del Cas e la gente del posto per conoscere il loro modo di vivere, le loro feste, la loro cultura.
Se sei aperto è facile integrarti e circondarti di persone che ti vogliono bene. Sono stato fortunato a trovare delle persone così che tanto hanno fatto per me e che ringrazierò per sempre.
5) Essere musulmano è un problema per chi vive in Italia?
Assolutamente no, anzi, posso dire che l’Italia è il Paese che maggiormente rispetta le altre religioni, come la mia. Serve un’apertura reciproca: pur essendo musulmano, i miei più grandi amici lavorano e frequentano la Chiesa Cattolica.
6) Progetti per il futuro?
Realizzarmi sul lavoro, riuscendo ad aprire una mia azienda metalmeccanica e poter vedere la mia famiglia quando voglio.

di Antonella Lenge

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