Arianna Talamona: nuoto, moda, record e una confidenza, “La disabilità non definisce una persona”

C’è chi dice che potrebbe fare la modella e, in effetti, ha aperto un blog per sdoganare la moda per disabili. Per ora, però, Arianna Talamona ha messo in cassaforte una laurea in Psicologia, una medaglia d’oro, una d’argento e sei di bronzo ai Campionati europei di nuoto, tra Berlino, Eindhoven e Funchal. Con vista su Tokyo 2020. Ma siccome non si può stare mai senza far niente, Arianna è anche testimonial per la Regione Lombardia dei parchi inclusivi, strutture in cui possono entrare e giocare sia bambini normodotati sia disabili.

“Il mio obiettivo sportivo è migliorarmi sempre. Fin da quando, a livello amatoriale, ho iniziato a nuotare. Avevo 5-6 anni. In realtà, per fare delle gare vere e proprie ci ho messo un po’. Non ero convinta, temevo un po’ la competizione. Forse avrei potuto cominciare prima dei 13-14 anni”. Per lei, in ogni caso, il nuoto è rimasto sport pulito, non soltanto disciplina in cui bisogna arrivare primi: “E’ benessere fisico. Ti isoli. Io ragiono tantissimo in acqua. Mi rilasso. Mi ha fatto crescere molto, mi ha dato motivazioni. Impari a conoscerti nell’acqua, trovi i tuoi limiti. E questa è una lezione che esporti poi fuori dalla piscina, nella vita di tutti i giorni”.

La accomuna a Federica Pellegrini non solo il fatto di nuotare a livello agonistico, ma anche il timore dell’acqua libera: “In realtà non è paura, ma è poca abitudine, poca conoscenza. Sono abituata a stare in piscina”. Non sapere tutto, non conoscere tutto: “Neanche me stessa, ancora. Da quando ho iniziato a nuotare, ho lavorato molto sull’autostima. Oggi non dico che non sia bello sapere di valere, ma non mi sento arrivata. Questo mai. Ho sempre fame di nuovi limiti da superare”.

Arianna Talamona è nata con una paraparesi spastica ereditaria. La sedia a rotelle qualche volta ha ‘imbarazzato’ chi le stava di fronte: “Gli altri ti fissano, un po’ dà fastidio. Ma crescendo capisci una cosa importante: quella che molti additano come pietà, dunque come qualcosa di negativo, in realtà è un sentimento umano. È dunque da vedere in senso positivo. Io sono dell’idea che la disabilità non definisca una persona e che un po’ te ne devi anche fregare degli sguardi degli altri. Fa tanto anche il nostro atteggiamento. Non dobbiamo comportarci come se il problema fossimo noi. Se fai vedere che stai bene con te stessa, cambiano atteggiamento anche gli altri. E penso che la mentalità stia cambiando, lo vedo nei bambini. Ci vedono e capiscono di poter avere anche loro questo atteggiamento”.

Arianna guida la macchina, la laurea l’ha presa alla Bicocca di Milano. Da tre anni vive con il suo fidanzato. La città non è poi messa “così male per noi disabili. In particolare le nuove linee di metropolitane”. Certo, “l’Italia è una nazione complessa, con tante cose storiche. Bisognerebbe fare dei lavori, ma non invasivi. Credo ci stia di essere più indietro rispetto ad altri Paesi europei”.

Ma nella vita, Arianna, cosa vuole essere? “Il mio obiettivo è esercitare la professione di psicologa”. L’empatia c’è già. È sulla buona strada. Così come la voglia di aiutare gli altri. Nel frattempo, però, arricchire ancora la sala dei trofei, a Tokyo, non sarebbe male: “Ho sempre fame, l’ho già detto?”.

di Alessandro Pignatelli

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