Davide Santacolomba, il pianista che non può sentire

La storia di Davide Santacolomba è da film. È un giovane pianista che ha scoperto nella musica la sua vocazione. Nemmeno un problema fisico all’apparato uditivo riscontrato da bambino e i conseguenti pregiudizi di alcuni sulla sua passione lo hanno fermato. Ha continuato sulla sua strada pentagrammata, poiché la musica l’ha dentro e conosce da sé le vie per emergere e fiorire.

 

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1) Quando nasce la tua passione per la musica?
In concomitanza con la scoperta dei problemi uditivi, ovvero ad 8 anni. Quando andammo al Policlinico di Milano per fare gli esami di accertamento sulla mia sordità, dopo che i miei genitori erano rimasti increduli a Palermo, alloggiavamo in una casa di un’amica di famiglia. Lì c’era un pianoforte, e questa nostra amica intonò per me nel registro che potevo sentire, quello delle frequenze gravi, la canzoncina di “San Martino campanaro”. Dopo che finì di suonarla tornò a chiacchierare con i miei genitori e in quel momento mi sedetti per la prima volta al pianoforte e provai subito a riprodurre “ad orecchio” ciò che questa signora aveva appena suonato. Dopo due minuti avevo riprodotto per intero la canzoncina e i miei genitori, colti dalla bella sorpresa, scoprirono questa mia predisposizione naturale.

2) Quale è stato il tuo percorso musicale?
Iniziai a studiare pianoforte qualche anno dopo, alle scuole medie poiché avevamo anche l’ora settimanale di musica ed era quella che attendevo più di tutte le altre. A 13 anni presi le prime lezioni private con la mia prima insegnante privata Paola Sciotto che riconobbe del talento e mi portó all’esame di ammissione del Conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo che superai senza problemi. Il primo anno di conservatorio entrai nella classe di un maestro che purtroppo non credeva in me perché sosteneva che un sordo non potesse suonare. Era così fermo nella sua convinzione che subito prima dell’esame di conferma al secondo anno, esame che avrebbe confermato o meno la mia permanenza in conservatorio, mi disse che era inutile presentarmi perché mi avrebbe bocciato. La mia caparbietà e il mio spirito mi portarono ugualmente a sostenere l’esame. Anche questa volta lo superai, ma dovevo cambiare assolutamente insegnante. Nessuno mi voleva ma per caso conobbi un’amica di amici di famiglia che insegnava in quella scuola, Giovanna De Gregorio, e devo tutto a lei perché ebbe il coraggio e la forza di volermi seguire. Ricordo ancora la prima lezione in cui disse a mia madre: “Da Davide non mi aspetto tanto, ma di più”. E fu così che proseguimmo insieme questo meraviglioso percorso per altri nove anni fino a raggiungere il traguardo del diploma in pianoforte con il massimo dei voti ‘cum laude’. Al nono anno di pianoforte conobbi presso una masterclass, tenutasi al conservatorio Vincenzo Bellini, una tra le più grandi pianiste al mondo: Anna Kravtchenko, vincitrice del premio Busoni a soli 16 anni. Quella masterclass fu amore a prima vista per entrambi. Mi era piaciuto molto il suo modo di lavorare e viceversa era rimasta stupita dal mio modo di suonare. Ricordo ancora la sua affermazione: “La tua sincerità in musica è cosa rara, riesci a suonare con grande partecipazione e il tuo suono è meraviglioso”. In tutto ciò, lei non sapeva dei miei problemi uditivi che, una volta averglieli resi noti, la lasciarono di spiazzo. Quell’incontro fu talmente bello che decisi di volerla seguire dopo il diploma in Svizzera, al Conservatorio di Lugano, dove lei insegnava. Sostenni un severo esame di ammissione, data la partecipazione di pianisti provenienti da tutto il mondo, e lei scelse me. Fu un momento di grande gioia ed euforia. Mi sono diplomato al Master in Music Pedagogy (didattica musicale) e adesso sto frequentando il secondo del Master in Music Performance (perfezionamento artistico) sotto la sua guida. In questi 3 anni di studio con lei sono cresciuto tantissimo artisticamente e posso dire che Anna Kravtchenko ha fatto di me un pianista!

3) La malattia: come ti ha accompagnato negli anni?
All’inizio erano più i miei genitori a provare preoccupazione poichè ero piccolo e non sapevo quello che mi sarebbe aspettato. Nell’adolescenza le cose cambiarono un po’ in negativo. Ero una persona insicura e tra gli adolescenti venivo difficilmente accettato per quello che ero. Dopo la maturità peró le cose iniziarono a sistemarsi. Cominciai io stesso ad accettare la mia malattia e decidere di conviverci e di trasformarla in qualcosa di positivo. È solo così che si può condurre una vita normale. Non vi aspettate che gli altri vi accettino se prima non accettate voi stessi. Facevo della mia sordità dell’umorismo e la simpatia era divenuta il mio punto di forza. Poi c’era quella cosa meravigliosa che mi identificava, mi faceva sentire sempre un gradino più alto rispetto a tutti e in essa trovavo tutta la mia sicurezza, la mia libertà e la libera espressione del mio essere: la musica.

4) Cosa ti ha tolto e cosa ti ha dato la malattia?
Mi ha tolto tanti suoni ma anche tanti rumori. Grazie alla sordità, per suonare bene devo partire sempre dalle emozioni che la musica suggerisce, che sono poi le intenzioni musicali, e questo per me è stato un grandissimo vantaggio. Spesso ai musicisti manca questa peculiarità in quanto sono sempre concentrati sul rispetto della partitura e poche volte riescono ad andare oltre essa.

5) Tu, un palco, un pianoforte: cosa ti passa per la testa durante un concerto?
La prima cosa che penso è: che cosa ci faccio qui? Quelle persone sono lì tutte per me ad ascoltarmi! Aiuto! Adesso sbaglio, adesso dimentico! Tutto ciò non aiuta la mia lucidità però una volta che entro in confidenza con la musica, con il risultato delle infinite ore di studio, la paura, l’emozione e l’adrenalina sono solo elementi che aiutano a creare qualcosa di magico. Quello è il momento in cui la mia anima si apre e ricorda tutta la sofferenza della mia vita, tutti i miei desideri, i miei forti e grandi sogni, la mia forza, il mio credo e la voglia di farcela, la bellezza, la nostalgia e l’amore. E tutto ciò arriva dritto nel cuore della gente ed è per questo motivo che riesco ad essere molto comunicativo quando suono.

6) Tu e Beethoven: cosa pensi di questo affiancamento?
Quando fanno questo tipo di paragoni mi infurio. Beethoven è uno dei padri della musica ed io sono un suo umile figlio. Lui prima sentiva i suoni alla perfezione ed ha cominciato a riscontrare problemi uditivi all’età di 25 anni fino a diventare completamente sordo. Ma il suo genio inimitabile lo portò a comporre una musica che per complessitá non ha eguali nonostante la sua sordità. Io certi suoni li ho scoperti soltanto dopo aver fatto l’impianto cocleare, ossia 5 anni fa e la mia vita sta pian piano migliorando sempre di più.

di Deborah Villarboito

 

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