Fabiana Gianni: la mamma che si divide in tre

Fabiana Gianni: la mamma che si divide in tre

4 Ottobre 2018 0 Di il cosmo

Fabiana Gianni è una mamma forte che si dedica interamente alle sue tre figlie. Nel 1998 nasce Diletta, cerebrolesa per un danno da parto e da lì inizia la sua vita in compagnia della disabilità. Negli anni molte sono le sfortune, che però sono bilanciate alle gioie di avere tre ragazze unite e ottimiste. Negli anni crea associazioni e progetti per promuovere l’inclusività dei disabili fino alla creazione della Fondazione Villa Point.

1) Mamma e attivista. Chi è Fabiana Gianni?
Mamma. Fabiana Gianni è principalmente la mamma di tre ragazze di 20, 14 e 11 anni, che affronta il tema della disabilità con la nascita della prima figlia Diletta. L’attivismo nasce come arma di difesa di una mamma, che è una mamma a metà per i primi sei anni. Per ribellarmi a queste etichette, a queste impostazioni, imposizioni sociali, ho iniziato a combattere per quei piccoli diritti spiccioli di tutti i giorni, come ad esempio, pretendere che mia figlia fosse salutata come ogni altro bambino. Può sembrare un fatto sciocco e scontato, ma non lo è. Quando noi incontriamo la disabilità grave, facciamo finta di niente, andiamo a nascondere il nostro imbarazzo, evitando il saluto. Ho iniziato così pian piano, scoprendo un mondo che mi ha rapita, fatto di tanti colori, io lo vedevo molto in bianco e nero, invece ho scoperto un tripudio di colori, di voglia di vivere, di energia, di ottimismo e mi sono fatta un po’ risucchiare. Lì è nato l’attivismo. Il mio attivismo non è per i diritti dei disabili, ma per i diritti delle persone. La disabilità caratterizza una persona e a causa della disabilità questa non riesce a rivendicare un proprio diritto perchè è immobile a casa, perchè non riesce a parlare, perchè ha un deficit di altro origine. In realtà la privazione viene fatta alla persona.

2) La vita con Diletta: difficoltà, gioie e conquiste.
Difficoltà tutte. Una vita costellata quotidianamente di difficoltà che non sono legate a mia figlia Diletta, ma alla società che non è preparata ad accogliere cittadini come Diletta. Quindi difficoltà totalizzanti e spesso anche paralizzanti. Perchè non si riesce a combattere una guerra personale che coinvolge però un bambino che poi man mano cresce fino ad essere una ragazza, perchè ci sono dei limiti oggettivi e soprattutto c’è il rispetto di quella persona. Quindi ci sono state diverse occasioni in cui la mia forza di fare battaglia, sarebbe stata necessaria e anche sufficiente a portare avanti lo scopo. Però mi sono resa conto che dovevo rallentare, fare un passo indietro nell’interesse di quello che era il mio ruolo di mamma, di proteggere Diletta. Per cui c’è questa bivalenza. Gioie direttamente proporzionali alle battaglie, quindi sono quotidiane. Diletta mi ha insegnato che ogni sorgere del sole è una conquista. Ho la fortuna di avere tre figlie, tutte molto ottimiste, positive, con un approccio assolutamente solare alla vita e questo è tutto merito di Diletta.

3) Le sorelle come vivono Diletta?
Man mano cambiando. Quando è nata la mia terza figlia, tra l’altro orfana di padre, perchè io mi ero separata e ho perso il papà della mia ultima figlia durante la gravidanza, quando è nata ero sola con loro tre, io uscivo con la piccola nel marsupio, Diana, di neanche tre anni in braccio a Diletta che ne aveva nove. Quindi loro sono cresciute con molta naturalezza e spontaneità. Quello che ho cercato di fare è di non concentrarmi solo su Diletta. Mi sono imposta di dividermi in tre. Condividendo gioie e superando dolori. La mia seconda figlia è stata vittima di episodi di bullismo anche gravi alle elementari e alle medie, anche a causa della condizione di Diletta. Vivono ognuna facendo la propria vita e poi rincontrandosi in momenti comuni. Proteggono la sorella e la sorella protegge loro. Hanno acquisito un livello di consapevolezza e gioia di vivere molto molto amplificata rispetto ai coetanei.

4) Disabilità e società: gli altri e Diletta.
Bisogna essere un po’ pirandelliani: mettere su una bella maschera e nascondere un po’ il volto. La società ti accetta fin dove la tua maschera è piacevole, perchè viviamo in una società fittizia fatta di stereotipi. Un mondo di finto ‘tutto ok’. Quindi fin dove è tutto ok, scopri che è quasi ‘radical chic’ avere l’amica con la figlia disabile. Quando hai però il periodo nero in cui Diletta sta male, sei però solo tu, Diletta e le sorelle, il resto del mondo si chiude nel silenzio perchè non vuole crearsi problemi, con la scusa di non disturbare.

5) Integrazione e Inclusione: quale è la differenza?
La prima cosa da fare dovrebbe essere abbattere la parola disabilità. Perchè questa parola racchiude caratteristiche troppo differenti tra loro. Tra loro le persone sono tutte diverse e questo etichettare, non integra e non include, fa esattamente il contrario. Dovendo scegliere ciò che la società ci propone, ritengo sia meglio scegliere l’inclusione, anche se di fatto l’integrazione è più perseguibile. Perchè integrare significa garantire il rispetto di talune regole che obbligano il rispetto di questi diritti. L’inclusione è qualcosa che sa di maggiormente spontaneo, ma che a volte è difficile da perseguire, perchè non c’è un lavoro dietro, sulla consapevolezza non solo del ragazzo disabile ma di tutta la famiglia.

di Deborah Villarboito