Federico Morlacchi, un monumento: “Meglio di vincere c’è passare il messaggio positivo”

Quando ti trovi di fronte a un monumento, un po’ di soggezione viene. Il monumento è Federico Morlacchi, campione paralimpico. Plurimedagliato nel nuoto, a soli 25 anni già Cavaliere della Repubblica Italia per meriti sportivi e commendatore. Quattro volte campione del mondo, addirittura dieci volte campione europeo. In più, sette medaglie paralimpiche, di cui una del materiale più pregiato.

 

Lo intervistiamo mentre sta tornando da un matrimonio. E già davanti a sé ha due appuntamenti di assoluto rilievo: i Mondiali in Malesia e poi Tokyo 2020. Ma c’è ancora spazio per le medaglie in casa? “Quelle non sono mai abbastanza. Adesso si pensa ai Campionati mondiali, a luglio. Ci sarà grande umidità, molte zanzare”. E lui proverà ancora una volta a toccare il bordo per primo.

Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro. E, a questo proposito, dice: “La cosa più bella non è stata vincere, ma sapere che c’è chi ti vede – come una bambina svizzera classe 2006 – e scopre di avere la tua stessa patologia, quindi decide di iscriversi a nuoto, nella tua società. Nuotiamo insieme da tre anni”.

Cresciuto a scuola e acqua, Federico conferma: “Sono importanti entrambi. Non è sicuramente il nuoto l’unica cosa che conta. Io, per esempio, il 12 ottobre mi laureo in Osteopatia dopo sei anni, di cui uno ‘perso’ per preparare le Olimpiadi di Rio. Però se mi chiedete quale sarà il mio futuro, sinceramente ancora non lo so. La vita ti mette di fronte a delle opportunità e sta a te valutarle bene. Di sicuro vado fino a Tokyo, poi siamo d’accordo con il mio allenatore che decideremo di anno in anno, senza pressioni. Tra 10 – 15 anni non so cosa farò”.

La carriera agonistica è iniziata nel 2009: “Insomma, nel 2020 saranno già undici anni”. La tentazione di smettere, insomma, c’è. Per ora, però, ci godiamo il campione: “Quando fai sport, è per te e per gli altri. Per lanciare un messaggio, sperando che qualcuno lo colga. Che siano normodotati o disabili. Nel mondo dello sport, in acqua, siamo tutti uguali, senza distinzioni di religione e razza”.

Il settore paralimpico italiano è in forte crescita, come conferma anche Morlacchi: “Noi otteniamo risultati, il movimento è in ascesa grazie a una persona illuminata com’è il nostro presidente Pancalli. Ne nasce una ogni 10 mila anni come lui. Ci sono ancora alcune cose da aggiustare, ma sono stati fatti passi da gigante. Per esempio, l’accordo con la Rai, che ora trasmette tutte le nostre gare internazionali. A noi resta il compito di continuare a portare risultati”. Un po’ meno bella è la situazione delle infrastrutture italiane, che spesso mettono in difficoltà i disabili: “Noi siamo una nazione antica, con strutture spesso vecchie. Prendiamo Firenze, con le sue viuzze: certo, nel 1.400 nessuno poteva pensare alla carrozzella. Poi, esiste pure una non conoscenza delle problematiche oggettive, non solo da parte delle istituzioni, ma anche dei cittadini. Prendete le macchine parcheggiate proprio davanti agli scivoli per disabili. Ma si sa sta facendo tanto, iniziano ad arrivare sempre più denunce”.

Si torna a parlare di acqua, nuoto, agonismo: “Simone Barlaam non deve diventare un altro Federico Morlacchi, non deve essere il mio successore, ma deve costruirsi una sua identità. Gli auguro di vincere più di me e lo farà se avrà la testa per lavorare. Ha sette anni meno di me, di tempo ne ha. Ora è giovane e qualche volta fa ancora qualche errore di gioventù”. Scherza, ma non troppo: “E’ anche vero che per diventare il nuovo Morlacchi, io devo prima ritirarmi. Siamo avversari in acqua, ma fuori siamo di nuovo Simone e Federico e ci stringiamo la mano. Non siamo rivali, niente a che vedere con il dualismo Coppi – Bartali. Anzi, noi siamo una coppia di fatto. O come ci hanno ribattezzato: siamo i Fratelli d’Italia”. Pronti alle nuove sfide. Magari a prendersi tutto tra Mondiali e Olimpiadi prossime.

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