La missione di Francesco La Versa: lo sport salva-vita

Francesco La Versa ha 32 anni e sta finendo il corso di laurea in Scienze Motorie. È un allenatore di atletica leggera per normodotati e paralimpici. Inoltre si occupa di acquaticità per la neurodiversità, con soggetti autistici e non. È allenatore della Nazionale Fispes atletica leggera nel settore lanci con la collega Nadia Checchini e la sua associazione è l’Asd Fuori dagli Schemi. Tante famiglie in cui Francesco lavora con con impegno e passione, per lo sport come fonte vita.

1) Il tuo lavoro: così giovane e già in nazionale.
Mi trovo meglio a lavorare nel mondo paralimpico che in quello dei normodotati. È una cosa che mi affascina, una sfida continua con me stesso; coinvolge anche gli aspetti neuromotori. A volte la persona è uscita da un incidente da poco e quindi tu ti devi approcciare con questa nel modo migliore, per farla sentire tranquilla e a suo agio, per fargli capire che la vita non è finita ma adesso bisogna rimboccarsi le maniche e cercare di fare qualcosa. È abbastanza difficile fare questo, ma nello stesso tempo mi viene più semplice con loro che con i normodotati. Più i casi sono gravi, più mi danno soddisfazione nella mia sfida professionale contro me stesso. Io sono molto contento del mio lavoro, lo faccio da circa otto anni, sono partito dal Servizio Civile in un’associazione per disabili. Lì l’importanza di fare sport era tanta. Per quello mi sono aperto subito al mondo dello sport paralimpico. Le realtà in cui lavoro mi hanno accolto subito, perchè non ci sono molti giovani. Io avevo 25 anni: un giovane che si appresta ad allenare subito dei ragazzi disabili attraverso una metodologia, che ha studiato, ricercato, per capire come allenare questi ragazzi non è facile trovarlo. Da due anni faccio parte di questo meraviglioso mondo dello staff tecnico della nazionale Fispes.

2) Lo sport come fonte di vita. Sei d’accordo?
Lo sport è fondamentale. È il miglior mezzo aggregativo ed integrativo, perchè integra secondo me alla mancanza personale. Con lo sport riesci a far uscire il meglio di te stesso con cose che magari non sapevi di aver dentro. Capisci anche il valore dello sport. Io sono convinto che lo sport sia terapia, se io fossi medico la prescriverei. Farei fare a tutti, dico a tutti, un percorso che possa portare al benessere psicofisico della persona. Poi se questo benessere fisico si dovesse trasformare in risultati, medaglie, gratificazioni personali, allora ben venga. Secondo me una gratificazione è riprendersi la propria vita. Tante persone dopo un incidente hanno ripreso la propria vita grazie allo sport, ma tante altre si sono buttate nel letto di una casa e da lì non volevano uscire più. Io ringrazio sempre tutti gli atleti del mondo paralimpico che sono testimoni di queste loro avventure, chi magari ha perso un braccio, chi magari ha perso le gambe, chi ha perso braccia e gambe e continua a fare sport, sono testimonianza che lo sport è vita e porta alla consapevolezza dei propri mezzi. Il fatto di essere su una carrozzina non ti dà per morto, ma quella possibilità di fare anche sport.

3) Ma ciò non è visto ancora con importanza in Italia, vero?
Sono stato recentemente agli Europei di Berlino e ho visto che noi siamo indietro rispetto ad altri paesi di almeno 10 anni nella cultura dello sport paralimpico, come di sicuro ci sono paesi che sono indietro di almeno 20 anni. Vedendo però, anche la Svizzera, l’Olanda, la Francia, la Polonia, paesi che 10 anni fa non gli avresti dato un euro alla squadra, adesso queste nazioni sono capofila e nella parte alta del medagliere, perchè hanno fatto sicuramente un buon lavoro e io li prendo come punto di riferimento perchè hanno creato un movimento fantastico, dove tutti quelli che hanno avuto una disabilità hanno trovato uno sport.

4) Quali sono le differenze tra l’allenamento di un atleta normodotato e un paralimpico?
Per un normodotato fare un tempo, correre delle distanze o mettersi in qualche sfida che siano piccoli o grandi per noi è normale. Invece un ragazzo con disabilità X correre 100 metri o una maratona è un traguardo irraggiungibile. Un traguardo tuo che hai inseguito nella tua vita, il punto più alto che tu possa toccare nella tua carriera. Una volta che lo hanno trovato e lo toccano tutti, hanno raggiunto traguardi irraggiungibili.

5) Cosa ami del tuo lavoro?
La sfida. Quella che metto con me stesso ogni giorno per la riuscita dell’allenamento della relazione che riesco ad instaurare con il ragazzo. Ogni volta che mi si presenta un caso nuovo sono felicissimo, perchè non si sa mai quello che incontra, chi avrai davanti. Un ragazzino normodotato recepisce le cose e le può capire in due, tre secondi, quasi immediatamente riesce a capire cosa deve fare. Se hai davanti un ragazzo con disabilità X non sai mai cosa incontri. La non consapevolezza nel sapere che cosa incontrerai; la persona con cui andrò a confrontarmi è una sfida, un orgoglio personale.

di Deborah Villarboito

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