La musica nell’anima: Eugenio Sacchetti

Eugenio Sacchetti è fatto al 90% di musica. Figlio d’arte di un violinista e di una pianista di fama mondiale e ha iniziato lo studio del violino all’età di tre anni al “Suzuki Talent Center” di Torino con Lee Robert Mosca. Negli anni ha suonato con Orchestra Suzuki di Torino e ha frequentato il Conservatorio “G. Verdi” di Torino, l’Istituto musicale pareggiato della Valle d’Aosta e ha conseguito la maturità al Liceo Classico. Ha 26 e può vantare di aver suonato alla London Symphony Orchestra e di collaborare con il teatro La Fenice di Venezia.

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Quale è stato il tuo percorso dopo la scuola?
Finire la scuola è stata una liberazione, per il percorso scolastico faticoso, facendo un liceo. Ho dovuto sacrificare tantissimo tempo che avrei potuto dedicare alla musica per studiare a scuola, o meglio per salvarmi, perchè non è che io brillassi…dovevo cercare di uscire in modo dignitoso. Gli anni del liceo non sono stati anni facili per me perchè dovevo portare avanti più cose con fatica. Le cose si toglievano tempo a vicenda. Finita la scuola mi sono concentrato solo sulla musica, per preparare il diploma ad Aosta. Poi ho avuto una crisi a livello fisico e mentale, vuoi per la maturità, vuoi per il diploma: non riuscivo più a suonare. Per questo ho fallito l’audizione per entrare nel conservatorio di Lugano. Un mio insegnante mi convinse a fare l’audizione per l’Accademia di Biella, che ho passai, e un anno dopo mi portò a Lugano per fare i miei due anni di Master di perfezionamento. Sono stati anni bellissimi in cui ho conosciuto molta gente e ho suonato tantissimo.

Quali sono state le esperienze che ti hanno segnato di più?
Nel 2015 c’è stata un’esperienza molto importante della mia vita: ho suonato nell’ ‘European Union Youth Orchestra’ (EUYO), per un mese e dieci giorni di tournèe, suonando in luoghi prestigiosi con musicisti da tutta Europa. Quella è stata un’esperienza che mi ha segnato profondamente perchè eravamo solo due italiani ed io ero l’unico tra gli archi, perciò è stata una grande soddisfazione portare la bandiera italiana lì. Quando sali sul palco capisci che veramente è un momento e te lo godi più che puoi. Mi ha veramente cambiato la vita in tutti i sensi. Non c’era retribuzione, era tutto pagato, vitto,alloggio e spostamenti, ma hai un bagaglio che è nel tuo curriculum. Nel 2017 ho fatto anche il concorso a La Fenice a Venezia e avevo avuto un buon risultato perchè ero arrivato in finalissima, tra i primi dieci però non avevo vinto. Sono entrato a fare parte di quelli che sono gli ‘aggiunti’, in poche parole i sostituti, ecco perchè qualche volta lavoro a Venezia in teatro, ma non è niente di fisso. Qualche mese dopo ho mandato la mia domanda per la London Simphony. Mi hanno invitato, e già questo era un traguardo, perchè essere invitati solo con il curriculum è molto difficile. Ho fatto l’audizione e con sorpresa, avevo capito, mentre suonavo dalle loro facce, che stava andando bene. Ho suonato bene, mi sono sentito bene perché era un periodo un po’ particolare. Il giorno dopo mi hanno mandato una mail dove mi avevano dato questo trial che è una cosa che c’è solo all’estero: consiste in un periodo di prova senza durata fissa, nella quale sei messo alla prova: lavori con loro però non è un posto fisso. La London Simphony è una delle cinque orchestre più famose del mondo ed ottenere un trial lì a 25 anni era una soddisfazione. Mi avevano detto che questi trail sono un po’ brutti perché ti abitui ad un ambiente e magari non vieni confermato: passi dalla felicità, al suonare bene, fare tournèe, girare il mondo, suoni con musicisti importantissimi, conosci persone importanti e al poi finisce tutto. Bisogna stare con i piedi un po’ per terra, ma come fai, come fai a stare con i piedi per terra…è difficile!

Come vedi il panorama della musica classica in Italia?
Andando a far parte ad una delle cinque migliori orchestre del mondo mi sono reso conto di quanto siamo ancora indietro in Italia, su tutti fronti: sull’organizzazione, sul modo di vedere la musica, sul livello del singolo, sull’entusiasmo di fare musica che c’è all’estero, è non paragonabile, L’Italia è reduce da tempi bui che sono stati gli anni ’70 e ’80 in cui i sindacati sono entrati a far parte dell’ambito musicale. In realtà la musica non è nemmeno un lavoro, dovrebbe essere una vocazione, un’arte per emozionare prima te stesso e poi gli altri, non è un gioco non è uno scherzo. Spesso in Italia manca questo entusiasmo perchè i musicisti vengono sottopagati, nel nostro settore, purtroppo, c’è uno sfruttamento che fa schifo e questa cosa è all’ordine del giorno. L’arte non è ripagata.

Come commenti la tua vita finora?
Alla fine è come la ruota della fortuna perchè ci sono tutti i vari cicli: nei periodi che vanno bene, la tua vita prende una svolta incredibile, poi ti ritrovi nel momento in cui sembra tutto a posto, altri in cui ti ritrovi che non hai praticamente il giocattolo con cui giocare e allora devi ricominciare a trovare un’altra esperienza. È un po’ la situazione che viviamo tutti in questi tempi: esperienze su esperienze, poi però, le certezze non sono dietro all’angolo. Bisogna andare alla ricerca e non abbattersi insomma.

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