La vera malattia di Simona: viaggiare

«Io credo di aver avuto la malattia anche prima della mia malattia: quella del viaggio, del non stare a casa, ho sempre vissuto in astinenza quando non mi mettevo in viaggio».

Queste sono le parole di Simona Anedda, romana classe 1974, che dal 2012 convive con la sclerosi multipla primariamente progressiva. «Io lavoravo come tour leader per Congressi Medici ed eventi istituzionali, gli ultimi quattro anni prima della malattia ho lavorato per Finmeccanica e per l’Agenzia Spaziale Italiana, quindi ero sempre in missione e ho cercato di unire la mia passione al lavoro. Ho sempre avuto la smania di viaggiare e di conoscere nuove culture adattandomi sempre a tutto. Poi mi sono ammalata e nel 2012 il verdetto: sarei finita in sedia a rotelle. Io di risposta sono partita per il Brasile due mesi da sola e in quel periodo la mia valigia era il mio bastone. Alla malattia del viaggio si è aggiunta questa che mi lega le gambe». Ma nulla è più forte della passione, soprattutto quando questa è vita: «Questa smania di non stare a casa ce l’ho ancora, con la malattia non si è affievolita, anzi. Già mi sento imprigionata dal mio corpo e quindi almeno mentalmente voglio sentirmi libera e metto alla prova tutte le persone che incontro…prendo il treno da sola e ora non sono neanche in grado di andare in bagno. Ci sono ‘malattie’ che non si possono curare». Simona racconta tutto nel suo blog ‘In Viaggio con Simona’ che è anche una pagina Facebook, in cui sono raccolte le sue avventure da «mina vagante, gypsy, un po’ zingara». Una vita inseguendo il proprio io: «I medici mi hanno sempre detto di stare a riposo. Lo scorso anno io ho fatto un viaggio di cinque mesi da gennaio a maggio e sono andata in India, in Nepal e in Indonesia. Al San Raffaele mi hanno chiesto se fossi impazzita ad andare nella patria dei virus…io sono tornata e stavo benissimo, non mi è presa neanche una diarrea. Io ascolto i medici fino ad un certo punto, io credo che ognuno di noi debba ascoltare il proprio istinto. Tanto a casa sarei stata comunque male, sarei più concentrata sul dolore, invece in viaggio sono distratta sempre da qualcosa che non è il male. Le difficoltà sono legate al fatto di non riuscire a fare le cose in autonomia, anche solo andare in bagno. La parte bella è che attacco bottone con tutti e faccio incontri bellissimi e riesco a mantenere contatti con tutti in tutto il mondo. Gli incontri che faccio rimangono, se io viaggiassi in compagnia non sarebbe lo stesso. Se sono da sola è più facile che mi diano una mano e stringere amicizie». La malattia progredisce e le cure a volte non sono efficaci, ma nulla affievolisce lo spirito indomabile di questa errante viaggiatrice senza barriere: «Il mio sogno sarebbe partire con un camper e girare l’Africa ospitando sempre persone differenti a bordo, altri viaggiatori a cui faccio il favore di ospitarli e loro lo fanno a me badandomi. A causa di alcune cure non andate a buon fine, per ora non posso viaggiare. Ma siccome il mio corpo sta morendo, decido io dove farlo morire e non in Italia. Me ne vado da qualche parte, anche in pasto a qualche coccodrillo o leone, ma il mio corpo deve rimanere in viaggio, non voglio che esista la mia tomba…voglio morire in viaggio».

 

di Deborah Villarboito

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