Luca Panichi e la disabilità: “L’atteggiamento fa la differenza”

Nel 1994 il terribile incidente: fu travolto da un’auto durante il cronoprologo del Giro dell’Umbria Internazionale dilettanti. Oggi, Luca Panichi di strada ne ha fatta da allora, quando era un promettentissimo ciclista. Costretto alla carrozzina, si è reinventato una vita fatta di imprese, di resistenza. Ma Luca è uomo anche di governo, essendo il vicepresidente del Comitato Paralimpico Umbro.

“In realtà non ho dovuto inventare nulla dopo l’incidente. C’è stata perfetta continuità tra il ciclismo che avevo praticato prima e quello che ho iniziato a fare dopo, in carrozzina. In questo, mi hanno aiutato i 17 anni di agonismo, ho trasferito le competenze psico-fisiche in un contesto che mi era sconosciuto. Il limite come punto di ripartenza. Oggi faccio le salite con lo spirito giusto. È l’atteggiamento che fa la differenza, nello sport come nella vita di tutti i giorni”. Effettivamente, parlare con Luca Panichi mette serenità: non sembra di interloquire con una persona che a 25 anni ha visto cambiare completamente la vita.

“Lo sport dà una grande lezione: gli eventi negativi non sono mai un complotto o una punizione, ma fanno parte della vita. Come ciò che di positivo ci accade. Di fronte a una situazione imprevista, si reagisce meglio se non si pensa che qualcuno ci abbia voluto punire. Tutto può accadere, è la vita. Magari emerge lo spirito di sopravvivenza, magari finisci per amare ancora di più l’esistenza”. Non concorda, però, Panichi con Nadia Toffa che ha parlato di ‘dono’ riferendosi al cancro: “La malattia non può essere un dono, mi dispiace. Può essere un regalo la capacità di reagire in un frangente simile, scopri risorse che non conoscevi in te. Io non ho benedetto l’incidente, neanche lo stare in carrozzina, ma non ho perso la voglia di esserci, non mi sono mai chiuso”.

Ripete: “Non mi sono riprogrammato dopo l’incidente. Ho trasferito la mia personalità da ciclista nell’uomo nuovo che ero. Mi sono ritrovato in un contesto che mi ha portato a tirare fuori qualcosa in più”. Oggi, Panichi fa le scalate dei grandi Giri ciclistici e le maratone: “Con la carrozzina, naturalmente”. I prossimi appuntamenti sono a breve: sabato 6 ottobre, in provincia di Pistoia, parteciperà a una passeggiata in ricordo di una ragazza morta per una malattia rara. “Il giorno dopo sarò a Fabriano perché, insieme a molti ciclisti provenienti da tutta Italia, onoreremo lo sfortunato Michele Scarponi scalando la Castelletta, salita di 7-8 chilometri che il corridore faceva per allenarsi. A questo evento, è legato anche un documentario che spiegherà ancora meglio chi era Michele, un ragazzo con un grande livello di umanità”.

L’8 dicembre altro appuntamento: “Nelle Marche, probabilmente rifarò la Castelletta. Nel 2019, poi, per il secondo anno consecutivo, scalerò il terribile Zoncolan, sostenuto da Panathlon e Csen”. Nella sua carriera ce ne sono tante di salite terribili: “Magari parti pensando che sia difficile, ma poi ti accorgi che lo era meno”. Tipo Oropa, il Monte Pantani, il passo del Tonale, il Ghiacciaio del Grossglockner, il Passo dello Stelvio, le Tre Cime di Lavaredo. Poi c’è il lavoro di mental coaching che Panichi fa nelle scuole: “Dove è importante far passare il messaggio delle motivazioni”.

Come detto, però, Panichi è anche uomo di governo, non solo di fatica. Con lui parliamo quindi della situazione infrastrutturale (e non solo) italiana per i disabili: “Sono 25 anni che sono in carrozzina e la situazione, da allora, è migliorata. C’è un’evoluzione costante su criticità e opportunità che i disabili oggi intercettano. Prima le decisioni erano prese da altri, oggi direttamente dal disabile, il che riduce le distanze tra i due mondi”. Tre sono le criticità che tuttora restano e che segnano un gap importante per l’Italia rispetto al resto d’Europa: “Scuola, sport e lavoro. Bisogna intervenire in modo forte nel mondo scolastico, l’associazionismo sportivo deve fare la sua parte, servono politiche di inserimento nel mondo del lavoro. Sullo sfondo, resta il sostegno alle famiglie anche da parte delle istituzioni (Asl e Stato) che garantiscano percorsi non solo di assistenza”.

di Alessandro Pignatelli

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